Pentesilea

Quante volte ci accorgiamo troppo tardi del valore della persona che abbiamo perso? E magari avremmo desiderato tornare indietro nel tempo e recuperare, cambiare ciò che abbiamo detto o fatto? Quante volte ci siamo sentiti attanagliati dal rimorso? Ecco un’altra storia, un’altra riflessione, altre domande. Perché domandare è sempre lecito, proviamo però anche a darci quelle risposte che spesso sono ostiche da riconoscere.

Pentesilea è la regina delle Amazzoni, figlia di Ares, dio della guerra. Il mito narra che esisteva un esercito composto solo da donne, tramandato di generazione in generazione da madre a figlia, abilissime nel cavalcare e nell’uso dell’arco.

Pentesilea giunge a Troia quando Ettore è già morto, quando la guerra per i troiani volge al peggio. Accorre in aiuto di Priamo, chi narra per l’oro chi per trovare la morte dopo aver ucciso per errore la sorella in una battuta di caccia, e combatte con abilità e coraggio.

Virgilio nell’Eneide la descrive a petto nudo sfatando la narrazione secondo la quale le Amazzoni si asportassero un seno per imbracciare l’arco. E vale la pena leggere come Virgilio la descrive:

 “Guerriera ardita,

Che succinta, e ristretta in fregio d’oro

L’adusta mamma, ardente e furiosa

Tra mille e mille, ancor che donna e vergine,

Di qual sia cavalier non teme intoppo”.

Ella si lancia con il suo destriero nella mischia, indomita e fiera nella sua armatura che le stringe il petto imbraccia l’arco, lo tende e lancia. Fende l’aria il dardo e abbatte senza intoppo i nemici.

Nello scontro combatte con Aiace, fortissimo e giovane guerriero, e gli tiene testa, armi alla pari e senza difficoltà.

Poi sul suo percorso incontra Achille.

È facile immaginare la foga dell’eroe: ha sconfitto Ettore, il campione; lo ha ucciso mosso dall’odio, per vendicare Patroclo, il suo fedele amico; lo ha colpito nell’unico punto scoperto, la gola; lo ha trascinato attorno alle mura di Troia, più e più volte, legato al suo carro; ha dilaniato quel corpo davanti agli occhi del padre, della moglie e del figlio e ha ceduto alla restituzione solo dopo l’intercessione di sua madre Teti. Ha ammesso nella sua tenda il re Priamo, lo ha visto inginocchiarsi ai suoi piedi, baciare le sue mani macchiate del sangue del figlio, lo ha implorato ricordandogli il padre Peleo. E Achille si commuove, acconsente a restituire il corpo, lo fa ungere per mascherare le ferite e concede una tregua di dodici giorni affinché i troiani possano celebrare le onoranze funebri.

Poi riprende la battaglia e trova davanti a sé un nuovo agguerrito e valoroso rivale.

Trova il punto debole, affonda la lancia e uccide. Achille non sa che sotto quell’elmo, dietro quell’impavido combattente c’è una donna.

E mentre Pentesilea giace a terra, Achille le toglie l’elmo, un altro trofeo, un altro rivale abbattuto.

Gli appare un volto bellissimo, ancora intatto malgrado la morte e all’istante se ne innamora. Di nuovo si commuove l’eroe: la prende in braccio e, ignaro di chi lo deride per quel gesto, la porta a Troia, a Priamo, questa volta senza l’intercessione di nessuno, solo per darle degna sepoltura, quella che si merita.

Eccoti qua.

Lui non si fa più sentire.

Lei ha preso tutte le sue cose ed è andata via.

E forse, solo in quel momento, capisci.

Pentesilea è quella persona, quella che ha mostrato tutto il suo valore proprio quando non la vedevamo, quando la davamo per scontata. Quando in ogni scontro doveva prevalere il nostro ego, la nostra versione. Quando contava solo ciò che noi sentivamo e che accusavamo l’altro di non darci. E affondavamo la spada proprio denigrando il loro valore, quello che noi non possediamo. Abbiamo ignorato quanto invece potesse essere utile accomunare i reciproci pregi, farne un unico insieme e fare squadra, armata vincente.

E quell’importanza ci appare proprio nell’attimo esatto in cui non possiamo più tornare indietro, quando il male è fatto, la parola è stata detta, la porta si è chiusa. E quando finalmente togliamo quell’elmo non ci appare più la nemica, non più l’avversario o un ruolo, ma un essere umano che però è troppo tardi per salvare. Così misuriamo tutto quello che poteva essere, ma resta solo quell’ultimo sguardo scambiato.

Il nome Pentesilea significa “lutto per il popolo” ma il vero e più profondo lutto è quello che prova Achille, l’uomo che l’ha uccisa prima di riconoscerla, prima di capire di essere innamorato proprio di ciò che lei rappresentava.

Ci domandiamo quindi: perché distruggiamo le persone prima di averle guardate? Perché siamo così spietati, esigenti e aggressivi proprio con coloro che ci stanno più vicino e che ci sono familiari? Proprio con coloro che in fondo abbiamo scelto per accompagnarci nel cammino?

Certe svalutazioni probabilmente continueremo a farle ma almeno proviamo, una volta per tutte, a togliere per primi l’armatura.


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