Conobbi Andrea su un pianerottolo.
A pensarci oggi fa quasi ridere, perché per qualche anno della mia vita quel pianerottolo fu probabilmente la parte più interessante della biblioteca.
Frequentavo Giurisprudenza. O almeno ci provavo.
I primi due anni avevo seguito la vita universitaria come si suppone debba fare uno studente: sveglia presto, corsa alla stazione, corsa per trovare posto in aula, fila alla mensa, altra corsa per prendere il treno del ritorno.
A un certo punto mi stancai.
Decisi che avrei studiato a casa.
Grande idea.
A casa scoprii immediatamente di avere un talento straordinario nel trovare qualsiasi cosa da fare pur di non studiare.
Il problema era anche Giurisprudenza. Non mi piaceva abbastanza. E quando una cosa non ti piace abbastanza, improvvisamente diventa interessantissimo persino riordinare un cassetto.
Un mio compagno di squadra mi consigliò la biblioteca statale della città.
Provai.
Funzionò.
Temporaneamente, sia chiaro.
Ma questa è un’altra storia.
Prima di entrare nella sala di lettura c’era un pianerottolo con due lunghe panche di legno e una macchinetta che distribuiva bevande calde che avevano vagamente il sapore dichiarato sul pulsante.
Erano altri tempi e nei locali pubblici si poteva ancora fumare. Non dentro la sala, naturalmente, ma sul pianerottolo sì.
Così ogni tanto uscivi, prendevi un caffè, accendevi una sigaretta e trovavi qualcuno con cui fare due chiacchiere.
Fu lì che cominciai a notare Andrea.
Era molto alto. Quasi due metri. Vestiva in maniera semplice, a volte persino trascurata. In quella biblioteca frequentata anche da parecchi figli della buona società cittadina, lui sembrava quasi fuori posto.
Notai anche un’altra cosa.
Quando uscivo io, molto spesso sul pianerottolo c’era Andrea.
Le possibilità erano due.
O passava metà della giornata su quelle panche oppure, per qualche motivo, usciva quando uscivo io.
Era timido e quindi ci volle un po’.
Alla fine fu lui a parlarmi.
«Tu studi Diritto costituzionale, vero?»
«Sì.»
«Io devo dare Diritto pubblico. Ma come fai a ricordarti tutta quella roba? Io non ho memoria.»
Lo tranquillizzai.
«Nemmeno io.»
Mi guardò come se la risposta non gli fosse particolarmente utile.
«Fammi vedere come studi.»
Mi mostrò il libro.
Rimasi qualche secondo a fissarlo.
Era tutto giallo.
Non alcuni passaggi.
Tutto.
Ogni riga letta fino a quel momento era stata diligentemente evidenziata.
Scoppiai a ridere.
«Andrea, ma così non serve a niente.»
«Perché?»
«Perché se evidenzi tutto è come non evidenziare niente.»
Mi spiegò che sottolineare lo aiutava a tenere il filo della lettura.
«Va bene. Allora usa una matita. Sottolinea, scrivi qualche parola a lato e usa l’evidenziatore soltanto per i concetti importanti.»
Mi guardò perplesso.
«E poi fai uno schema.»
«Io non so fare gli schemi.»
«Appunto.»
«Appunto cosa?»
«Se non riesci a fare lo schema probabilmente c’è qualcosa che non hai capito. Serve anche a quello. Quando il ragionamento ti è chiaro, lo schema viene fuori. Se non viene, torni indietro e cerchi il pezzo che manca.»
Non so perché mi desse retta.
Il fatto è che cominciò a farlo.
E si sbloccò.
Un esame.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Andrea partì come un treno.
Io, il grande maestro, mi arenai inesorabilmente.
Diventammo amici.
Cominciammo a frequentare altri studenti della biblioteca, a uscire la sera, a finire nei locali frequentati dalla Lucca bene o nelle case di qualche universitario più abbiente che adorava organizzare feste nella villa dei genitori.
Io e Andrea non potevamo ricambiare.
O almeno così credevo.
Finché un giorno andai a casa sua.
Era una villa.
Una villa vera.
Grande, elegante, con tracce evidenti di un passato importante.
Ma era come entrare dentro una cartolina ingiallita.
I mobili, gli oggetti, la cucina che doveva essere stata modernissima vent’anni prima, una lavastoviglie rotta da tempo. Fuori c’era persino una vecchia Mercedes.
Vecchia davvero.
Sembrava che in quella casa il tempo avesse deciso di fermarsi dopo essere arrivato molto in alto.
Quel giorno conobbi sua madre, Anna, insegnante di lettere, e suo padre Vittorio.
Vittorio mi sorprese.
Era molto più anziano di quanto immaginassi. Un uomo alto, brillante, ormai rallentato dagli anni, con una specie di velo negli occhi.
Tempo dopo conobbi la sua storia.
Lui e il fratello avevano costruito un’azienda enorme. Mezzi, stabilimenti, fatturati impressionanti.
Poi era arrivato il tracollo.
Il fratello, nel tentativo di salvarsi, aveva scaricato su di lui responsabilità e conseguenze. Vittorio aveva perso quasi tutto ed era finito persino in carcere per un periodo.
La villa era sopravvissuta.
Come lui.
Entrambi portavano addosso i segni di tempi migliori.
Andrea invece guardava avanti.
Studiava.
Pedalava.
Aveva una bicicletta da corsa rossa della quale era innamorato e macinava chilometri appena poteva.
Le ragazze sembravano interessarsi a lui più di quanto lui si interessasse alle ragazze.
Era un bel ragazzo, questo sì. Alto, lineamenti squadrati, puliti. Ma era anche un orso.
Con una donna davanti poteva diventare improvvisamente incapace di utilizzare correttamente la lingua italiana.
A lui sembrava importare poco.
Aveva un obiettivo.
Si laureò.
Ricordo ancora Vittorio il giorno della laurea.
Aveva gli occhi diversi.
Quel velo che avevo visto la prima volta sembrava sparito.
Suo figlio ce l’aveva fatta.
Forse dentro quella laurea Vittorio vedeva anche qualcosa di suo. Un riscatto. La dimostrazione che dopo una caduta la storia poteva ancora ripartire.
Andrea cominciò il tirocinio presso uno degli studi legali più importanti della zona.
Sembrava tutto avviato.
Poi, un pomeriggio d’autunno, squillò il telefono.
Ero in camera con la chitarra.
«Pronto?»
«Paolo?»
Era la sorella di Andrea.
Ci conoscevamo appena, anche lei frequentava la biblioteca. Una ragazzona alta come lui con un cervello di prima categoria e studi scientifici tutt’altro che semplici.
«Ciao… dimmi.»
«Andrea ha avuto un incidente.»
Pensai immediatamente alla bicicletta.
«In bici?»
«No. Era sullo scooter. L’ha preso una macchina.»
«Dov’è?»
Mi disse Firenze.
Poi pronunciò una parola che mi fece gelare.
Pegaso.
L’elicottero.
Dentro di me partì una lavatrice.
«È in pericolo di vita?»
Ci fu qualche secondo di silenzio.
«Sì.»
Poi aggiunse:
«Ha chiesto di te. Vieni.»
Attaccò.
Presi le chiavi della macchina, dissi ai miei che non sarei tornato per cena e telefonai a Elena, la mia ragazza.
«Preparati. Passo a prenderti. Ti spiego in macchina.»
Arrivammo in ospedale.
Vittorio piangeva.
Anna guardava un punto che probabilmente vedeva soltanto lei.
La sorella di Andrea mi spiegò la situazione.
Era sotto i ferri.
I polmoni erano messi male, ma sembrava che fossero riusciti a stabilizzarlo.
Il pericolo immediato stava diminuendo.
Ce n’era però un altro.
Andrea non avrebbe più usato le gambe.
E ancora non sapevano se avrebbe conservato completamente l’uso delle braccia.
Per pochi millimetri lo conservò.
Gli addominali no.
Quando si svegliò cominciò una vita della quale nessuno gli aveva consegnato il manuale.
Non avrebbe più camminato.
Non avrebbe controllato la vescica.
Avrebbe dovuto imparare di nuovo a stare seduto, spostarsi, vestirsi, salire su un’automobile.
Tutto.
Fu sua sorella, insieme ai medici, a parlargli.
Quando uscì dalla stanza mi guardò.
«Vai.»
Entrai.
Andrea era sveglio.
Mi vide.
«Come va?»
Lo guardai.
Come va?
Aveva appena saputo che non avrebbe mai più camminato e chiedeva a me come andava?
Rimasi qualche secondo con gli occhi spalancati.
Lui mi guardava con quella sua solita espressione un po’ assente, quasi sognante.
Non so chi cominciò.
Scoppiammo a ridere.
Una risata completamente sbagliata.
Fuori luogo.
Assurda.
E proprio per questo incontenibile.
Poi diventò serio.
Non disperato.
Serio.
«Mi hanno detto che non potrò più camminare.»
Lo disse.
Rimase qualche secondo in silenzio.
Poi ricominciò a ridacchiare.
Non so cosa mi prese.
«Pensa se giocavi a pallone. Sarebbe stato un casino. A te invece piace la bici. Diciamo che da oggi dovrai usarla anche per andare a pisciare.»
Mi guardò incredulo.
Poi partì.
Rideva lui.
Ridevo io.
Entrò persino un’infermiera attirata dal casino.
Sorrideva anche lei.
Fu così che convinsero Vittorio a entrare.
Fino a quel momento non aveva trovato il coraggio di vedere suo figlio in quelle condizioni.
Entrò perché lo sentì ridere.
Da quel giorno cominciò la battaglia.
Andrea doveva imparare tutto da capo.
Io gli stetti accanto.
Non so nemmeno quando il nostro rapporto cambiò. A un certo punto ero diventato un miscuglio tra amico, fratello e infermiere.
Con me non aveva vergogna.
Cateteri, trasferimenti, situazioni poco presentabili: facevamo quello che c’era da fare.
E soprattutto ridevamo.
L’ironia diventò la nostra arma.
Quando un giorno mi confessò che non riusciva più a controllare nemmeno “lui”, gli risposi:
«Poco male. Prima ti lamentavi che lo usavi poco. Adesso farà di testa sua. D’altra parte è una testa di… E con tutte queste infermiere carine, vorrai mica biasimarlo.»
Mi mandò al diavolo ridendo.
Non era sempre così.
C’erano giornate nere.
La fisioterapia era durissima e Andrea aveva un problema in più: era alto quasi due metri. Spostare e coordinare quel corpo con regole completamente nuove richiedeva uno sforzo enorme.
A volte gli sembrava di non migliorare.
I fisioterapisti invece mi dicevano il contrario.
«Non ne abbiamo visti molti così determinati.»
Quando lo trovavo giù lo lasciavo parlare.
Non servivano grandi discorsi.
Poi gli ripetevo sempre la stessa cosa.
«Quando eri bambino pensi di aver imparato a stare in piedi in due giorni? Ci hai messo mesi. Sei caduto cento volte. Poi un giorno ti sei trovato in piedi senza sapere nemmeno quando avevi imparato. Succederà anche adesso.»
Stare in piedi.
Per noi ormai voleva dire stare sulle ruote.
Nel fine settimana arrivavano parenti e conoscenti.
E con loro arrivavano le speranze.
«Sai, in America stanno facendo progressi incredibili sul midollo spinale…»
Quando rimanevamo soli:
«Andrea, hai visto? Infatti tutti i miliardari in carrozzina sono andati in America e sono tornati a piedi.»
Oppure:
«Le vie del Signore sono infinite. A Lourdes succedono miracoli…»
E dopo:
«Pare abbiano fatto una grande svendita di carrozzine sulla strada del ritorno. Potremmo andarci, magari ne troviamo una superaccessoriata.»
Rideva.
Ma non era stupido.
Una parte di lui sperava.
Un giorno me lo chiese.
«Tu cosa ne pensi davvero?»
Quella volta non scherzai.
«Penso a quello che puoi fare. Il tuo obiettivo è tornare a fare tutto quello che facevi prima. Soltanto sulle ruote. Hai una casa su tre piani, è vero. Ma davanti hai anche quel rudere che può diventare una casa tutta su un piano. Devi imparare a guidare. Quindi monterai e scenderai dalla macchina cinquecento volte finché non ti verrà naturale. Questo penso.»
«E delle cure? Dei miracoli?»
Ci pensai.
«I miracoli magari esistono. Ma tu non pensare: voglio camminare. Pensa a quello che vuoi dalla vita. Quello devi sentirlo. Poi se ci arriverai con le gambe, con le ruote o volando saranno affari dell’universo. Quanto alla medicina non ne capisco niente. Se proprio devo scommettere, forse arriverà prima la robotica.»
Sorrise.
«Quindi?»
«Quindi muovi il culo.»
«Spiritoso.»
Nel frattempo la ragazza che frequentava prima dell’incidente era scomparsa.
Un giorno mi arrivò un messaggio.
Scusami con Andrea. Non ce la faccio a vederlo così.
Le risposi:
Così come?
Poi aggiunsi che glielo avrei detto io.
Quando parlai con Andrea sembrò quasi sollevato.
«L’avevo capito.»
Ci fu anche un’altra ragazza.
Marta.
Abitava vicino all’ospedale e cominciò ad aiutarlo continuamente. Era dolce, semplice, disponibile.
Troppo disponibile.
Andrea scherzando la chiamava “la perpetua”.
Solo che Marta era innamorata persa.
Lui sembrava non accorgersene.
Alla fine non ne potei più.
«Andrea, tu non sei un prete. Quindi o la paghi, la perpetua, oppure ci parli. Quella povera ragazza ti muore dietro.»
Mi guardò sorpreso.
Quella volta avevo oltrepassato un confine.
Lo sapevo.
Ma qualcuno doveva farlo.
Andrea le parlò.
Marta sparì.
Mi dispiacque per lei, ma era giusto.
Andrea in quel momento doveva ricostruire se stesso. Marta non poteva annullare la propria vita aspettando qualcosa che lui non provava.
Intanto Elena aveva trovato naturalmente il proprio ruolo.
Aveva una parlantina inesauribile e un sorriso che occupava mezza faccia. Anna e Vittorio la adottarono praticamente come una figlia.
Si occupava anche dell’abbigliamento di Andrea.
«Quella camicia no.»
«Perché?»
«Perché no.»
«Motivazione interessante.»
«Mettiti questa.»
E lui se la metteva.
Cominciammo a uscire tutti e tre.
Pizza.
Locali.
Passeggiate.
Andrea non lo sapeva, ma all’inizio io facevo dei sopralluoghi.
Controllavo gli ingressi, gli spazi, i bagni.
Non volevo che le sue prime uscite diventassero una sequenza di ostacoli.
Quelli sarebbero arrivati.
E avrebbe imparato ad affrontarli.
Ma prima volevo che tornasse ad assaporare una cosa semplicissima.
Uscire.
Poi, piano piano, smisi di aiutarlo.
In passeggiata lo spingevo soltanto quando era necessario.
A volte aiutare significava proprio non toccare quella carrozzina.
Vittorio intanto sembrava rinato.
Quando Elena ebbe un piccolo incidente automobilistico, niente di serio, lui mise in moto le sue vecchie conoscenze per aiutarla con tutte le pratiche.
Lei una sera mi disse:
«Mi sento in colpa. Sto facendo dannare quell’uomo.»
La guardai.
«Ma non l’hai visto? È rinato. Si sente utile. Ce ne vorrebbero altri di incidenti.»
Non apprezzò particolarmente la battuta.
Andrea tornò a lavorare nello studio legale.
Il titolare aveva fama di essere un uomo piuttosto duro.
Con Andrea però fece la cosa migliore che potesse fare.
Niente.
Lo trattò esattamente come gli altri.
Fu lì che comparve Chiara.
Una tirocinante.
O, come diventò presto per noi, Chiarina.
Una sera Andrea disse:
«Stasera dobbiamo passare da San Marco.»
«Perché?»
Pausa.
«Dobbiamo prendere… un’amica.»
Io ed Elena ci guardammo.
Un’amica?
Guardai Andrea.
E vidi qualcosa che non vedevo da molto tempo.
Quello sguardo.
Lo stesso ragazzo impacciato della biblioteca.
Un po’ imbarazzato, un po’ soddisfatto, serio e sarcastico contemporaneamente.
Andrea era tornato.
Ed era più forte di prima.
Soltanto che ancora non lo sapeva.
Chiarina era bellissima.
Ma la cosa che ricordo meglio erano i suoi occhi quando guardava Andrea.
Erano gli occhi giusti.
Non vedevano una carrozzina.
Vedevano lui.
Si misero insieme.
E Andrea accelerò ancora.
Arrivò la macchina adattata.
Avevamo passato ore e ore a fare esercizi seguendo le indicazioni ricevute durante la riabilitazione.
Entrare.
Uscire.
Trasferirsi.
Piegare la carrozzina.
Caricarla dietro il sedile usando una mano.
Ripetere.
Ripetere.
Ripetere.
Poi un giorno smisi semplicemente di sapere quando usciva.
Per i tragitti brevi prendeva la macchina e andava.
Esattamente come gli avevo detto mesi prima.
Non ci fu un giorno preciso nel quale imparò a stare in piedi.
A un certo punto ci stava.
Sulle ruote.
Arrivò l’estate.
Andrea aveva una casa al mare.
«Venite qualche giorno?»
Poi aggiunse:
«Vi dico la verità. La casa ha due piani. Le camere sono sopra. Vorrei passarci qualche giorno con Chiara, ma non posso mica chiederle di caricarmi e portarmi su per le scale.»
Scoppiai a ridere.
«E di che ti preoccupi?»
Partimmo.
Quando vidi quelle scale smisi di ridere.
Erano ripidissime.
Per fortuna ormai ero abituato a sollevarlo e riuscivo a portarlo su.
La prima sera cenammo, scherzammo, bevemmo qualcosa.
A un certo punto Andrea e Chiara decisero di andare in camera.
Lo accompagnai al piano superiore.
Dopo una mezz’ora sentii chiamare.
Era Andrea.
Salii automaticamente.
Ero talmente abituato a entrare nella sua stanza senza tante cerimonie che aprii la porta.
Errore.
Grave errore.
Richiusi immediatamente.
«Scusate!»
Da dietro la porta arrivarono bisbigli e risatine.
Tornai giù.
E va bene.
La mattina successiva a colazione aleggiava uno strano imbarazzo.
Andrea guardava Chiara.
Chiara guardava Andrea.
Ogni tanto guardavano me.
Io guardavo loro.
La situazione stava diventando insostenibile.
Alla fine decisi di intervenire.
«Comunque credo che questo fine settimana abbia consegnato alla scienza una nuova categoria di paraplegico.»
Silenzio.
Occhi spalancati.
«Il paraplegico trombante.»
Esplose il tavolo.
Risero tutti.
Andrea più degli altri.
L’imbarazzo sparì.
Quello diventò uno dei nostri modi di dire.
Lo è ancora.
Passarono i mesi.
Andrea era ormai quasi completamente autonomo.
Anche il vecchio rudere davanti alla casa dei genitori era cambiato.
Centottanta metri quadrati tutti su un piano.
La cucina, i pensili, il bagno, le prese, gli arredi: ogni cosa era stata progettata pensando ai suoi movimenti.
Non sembrava una casa costruita intorno a una disabilità.
Era semplicemente casa sua.
Professionalmente le cose andarono avanti.
Andrea diventò legale per una grande compagnia assicurativa.
Io ed Elena cominciammo a diminuire le visite.
Non ce n’era più bisogno.
E questa era una vittoria.
Continuavamo però ad andare spesso a trovare Anna e Vittorio.
Capitava persino che cenassimo con loro mentre Andrea e Chiara erano fuori per i fatti propri.
Era diventata una famiglia anche un po’ nostra.
Poi Vittorio se ne andò.
Non per una malattia particolare.
Semplicemente arrivò alla fine della sua lunga vita.
Mi piace pensare che sia morto sereno.
Aveva visto suo figlio laurearsi quando lui stesso aveva bisogno di credere ancora nel futuro.
Poi lo aveva visto quasi morire.
Lo aveva visto su un letto d’ospedale.
Lo aveva visto imparare di nuovo a vivere.
Guidare.
Lavorare.
Amare.
Costruirsi una casa.
Diventare un professionista.
Forse, alla fine, il riscatto che Vittorio aveva cercato per tanti anni non aveva più niente a che fare con soldi, aziende, ville o vecchie Mercedes.
Suo figlio era lì.
Bastava quello.
Anna invece c’è ancora.
Un vulcano.
Continua a vegliare su Andrea con quella particolare capacità delle madri di controllare tutto facendo finta di non controllare niente.
Andrea si è sposato.
Non con Chiarina.
E questa è un’altra storia.
Ha avuto anche un figlio.
I medici gli avevano detto che sarebbe stato molto difficile.
Forse impossibile.
Ma loro non conoscevano Andrea.
Io sì.
Oggi ci vediamo poco.
La vita ha fatto quello che fa sempre. Ha preso persone che per alcuni anni erano state inseparabili e le ha portate lungo strade diverse.
Ogni tanto però ci incontriamo.
E basta poco.
Una battuta.
Uno sguardo.
Magari qualcuno tira fuori ancora quella vecchia storia del “paraplegico trombante”.
E per un attimo torniamo là.
Alla biblioteca.
A quel libro completamente evidenziato.
Alla bicicletta rossa.
Alla telefonata.
Al CTO.
Alle risate dentro una stanza dove, secondo ogni logica, ci sarebbe stato soltanto da piangere.
Ripenso spesso a una cosa che gli ripetevo durante la riabilitazione.
Quando eri bambino non hai imparato a stare in piedi in un giorno.
Hai provato.
Sei caduto.
Hai riprovato.
Poi un giorno nessuno si è accorto che avevi imparato.
Eri semplicemente in piedi.
Con Andrea è successo di nuovo.
Soltanto che la seconda volta non aveva le gambe.
Per molto tempo ho pensato di averlo aiutato a rimettersi in piedi.
Oggi non ne sono più tanto sicuro.
Forse gli sono soltanto rimasto accanto mentre imparava un’altra volta a farlo da solo.
Andrea era tornato.
Ed era più forte di prima.
Allora ancora non lo sapeva.
Adesso lo sa.


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