La vita è dura con me.

No, non è vittimismo. Non è fatalismo. Non è nemmeno un modo per lamentarmi. È una semplice constatazione. Come direbbe Crozza nell’imitazione di Sallusti: è fattuale.

Quando te ne accorgi, però, qualcosa cambia perché davanti a quella constatazione puoi scegliere.

Puoi cadere nel vittimismo e cominciare a contare tutto quello che la vita ti ha tolto. Puoi lasciarti andare, convincerti che tanto non cambierà niente e mollare. Puoi anche reagire con tutta la forza che hai, trasformando ogni giorno in una battaglia contro qualcosa o qualcuno, finendo magari per ottenere l’effetto opposto: consumarti nel tentativo di non farti consumare.

Oppure puoi cercarti.

Cercare quello che sei veramente, sotto gli strati che gli anni ti hanno messo addosso. Sotto quello che gli altri si aspettavano da te, sotto i ruoli che hai dovuto interpretare, sotto le sconfitte, gli errori, le rinunce, perfino sotto l’immagine che nel tempo ti sei costruito di te stesso.

Guardare in faccia la vita e attraversarla mettendo finalmente sul tavolo ciò che sei.

Perché quello che sei può essere più forte di qualsiasi cosa ti venga chiesto di essere.

E soprattutto non sei disarmato.

Hai i tuoi talenti.

Magari li hai trascurati perché non servivano a pagare una bolletta. Magari qualcuno li ha considerati inutili, poco concreti, inadatti al mondo in cui viviamo. Magari sei stato tu stesso a metterli da parte perché c’erano cose più urgenti da fare.

Eppure sono rimasti lì.

La capacità di scrivere. Di costruire. Di ascoltare. Di creare. Di capire. Di far ridere. Di prenderti cura. Di osservare quello che agli altri sfugge. O qualunque altra cosa appartenga davvero a te.

I talenti non rendono improvvisamente facile una vita difficile. Sarebbe una bella frase, ma sarebbe falsa.

Fanno altro.

Ti permettono di attraversarla senza dover diventare necessariamente ciò che quella vita pretende da te.

Sono il tuo antidoto ai veleni del mondo.

Cercarsi significa smettere di domandarsi quanto ancora riusciremo a sopportare e cominciare a domandarci cosa possiamo fare, finalmente, con ciò che siamo.


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