Vivere la vita in modalità sentire non è semplice. Percepisci tutto e niente è scontato. Quando ti relazioni con un’altra persona non ascolti solo le parole pronunciate perché… tutto parla. Gli occhi, i gesti, gli odori, tutto. Niente sembra essere casuale, ogni cosa ha… oppure deve avere per forza … un significato, perché tu, spugna, assorbi tutto. Senza distinzione.
Poi nella quiete della sera, o lungo una passeggiata, in momenti di raccolta… qualcosa dentro lavora, lavora e poi parla. Anche quel qualcosa vuole dire la sua. E allora fuori tutto parla, la tua mente parla e quel qualcosa dentro parla, e tutto si fa tremendamente complicato.
Non è raro sentir dire a persone così che preferirebbero essere ciniche, fredde, distaccate. Ed è proprio così. Sarebbe più semplice. In fondo quelle voci non chiedono di spegnersi: chiedono solo di riposare. Di avere, almeno per un giorno, il volume più basso. Un tasto mute. Perché essere porosi stanca, e nel mondo di oggi frenetico e impaziente essere freddi e distaccati dà un bel vantaggio, è più pratico, forse anche indispensabile e all’apparenza, l’unico modo che abbiamo per districarci nel caos quotidiano.
E forse dovrebbero insegnarla a scuola, l’arte di essere cinici e freddi. E forse la stanno anche insegnando. Non serve una materia apposita: basta il ritmo delle campanelle, la competizione silenziosa tra compagni, la paura del voto, la prestazione che conta più della comprensione. Così impari a non ascoltarti. A non ascoltare. E ti sembra di sopravvivere meglio.
Ma è una sopravvivenza che costa cara. Perché così facendo ci perdiamo.
Ci perdiamo la grana sottile della vita. Quella che non urla, non produce, non si misura. Quella che sta in uno sguardo che non ha secondi fini, in un odore che riporta a un’estate da bambini, in un silenzio che non è imbarazzo ma pienezza. Perdiamo la possibilità di incontrare davvero l’altro. E perdiamo l’altro. E perdiamo noi.
Perché il cinismo è un anestetico. All’inizio lo cerchi proprio per questo: per non sentire più ogni scheggia, ogni spigolo, ogni assorbimento che ti lascia svuotato. E funziona. Diventi più funzionale, più veloce, più impermeabile. Ma un corpo anestetizzato non sente più il male, è vero. Solo che non sente nemmeno il bacio. Non sente la carezza. Non sente il vento tiepido sulla pelle. E smetti, senza accorgertene, di essere casa per qualcuno.
Forse la strada non è scegliere tra sentire tutto e non sentire più niente. Forse la strada è un’altra. Imparare e questo sì, sarebbe una materia da scuola, a gestire l’assorbimento senza diventare spugne che non si strizzano mai. A mettere confini. A riconoscere quando quel qualcosa dentro parla troppo e va zittito con dolcezza. A danzare tra sentire e lasciar andare.
È accorgersi, piano piano, che non tutto deve avere per forza un significato. Che qualche volta un gesto è solo un gesto, uno sguardo è solo stanchezza. Il mondo non sta sempre parlando proprio a te. E va bene così. Si può restare porosi, ma non inzuppati di ogni pioggia.
E se proprio devi scegliere tra sentire troppo e non sentire più niente, ricorda una cosa. Chi ti ha amato, chi ti amerà, chiunque abbia avuto la fortuna di sfiorarti davvero, ha incontrato proprio la tua parte spugna. Quella che ascolta tutto. Quella che trattiene. E lì, in quell’ascolto, si è sentito finalmente a casa.
In un mondo che ci vuole distratti e duri, tu sei un’anomalia preziosa. Non scusartene.
Non ti spegnere.
Sentire tutto è rumoroso e scomodo, ma è il nostro modo silenzioso di restare vivi.
E la vita, quella vera, quella che ancora sa accorgersi di un profumo o di un’esitazione, ha ancora bisogno di persone così.



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