Essere padre

Una separazione divide una coppia, una casa, delle abitudini, qualche volta perfino gli amici. Quando ci sono dei figli divide anche il tempo.

Ed è probabilmente questa una delle conseguenze più difficili da raccontare.

Per molti padri separati arriva un momento nel quale essere padre continua a significare esattamente ciò che significava prima, mentre la possibilità concreta di viverlo cambia completamente.

Fino al giorno prima la paternità era anche quotidianità. Era il volto ancora stropicciato di sonno che compariva in cucina la mattina, la corsa per non arrivare tardi a scuola, uno zaino lasciato nel posto sbagliato, una discussione per una camera che non veniva mai sistemata. Era conoscere gli amici dei propri figli senza bisogno di chiedere chi fossero, ascoltare pezzi di conversazioni passando davanti a una porta, capire che qualcosa non andava semplicemente osservando un’espressione.

Piccole cose. Talmente normali da sembrare insignificanti finché non scompaiono.

Dopo una separazione quella continuità può interrompersi.

La vita dei figli prosegue, naturalmente. Crescono, cambiano amicizie, scoprono interessi, affrontano delusioni, prendono decisioni. Ma uno dei due genitori può trovarsi improvvisamente a conoscere una parte di quella vita attraverso ciò che gli viene raccontato.

Ed essere informati sulla vita di un figlio non equivale a viverla accanto a lui.

Un figlio racconta ciò che ritiene importante raccontare. La convivenza permette invece di conoscere anche tutto quello che nessuno penserebbe mai di raccontare.

È lì che si nasconde una parte enorme della relazione.

Per molti padri separati comincia allora una strana trasformazione. Continuano a essere padri ogni giorno, ma la loro presenza viene organizzata dal calendario.

Il fine settimana.

La settimana stabilita.

Le vacanze.

Il Natale alternato.

Le telefonate.

Gli orari.

A volte persino una semplice variazione diventa qualcosa da concordare.

La paternità, che prima apparteneva naturalmente alla vita, rischia di assumere la forma di un’agenda.

A questo può aggiungersi una sensazione ancora più difficile da ammettere: quella di dover dimostrare continuamente di essere un padre affidabile.

Essere puntuale. Essere corretto. Contribuire economicamente. Evitare conflitti. Rispettare accordi. Misurare le parole perché ogni scontro con l’altro genitore può finire, direttamente o indirettamente, per coinvolgere i figli.

Naturalmente esistono separazioni molto diverse tra loro. Esistono madri che favoriscono e proteggono il rapporto tra padre e figli, padri che fanno altrettanto, famiglie che riescono a trovare nuovi equilibri ed altre che rimangono per anni dentro una guerra. Esistono anche padri assenti per scelta.

Generalizzare sarebbe ingiusto.

Ma sarebbe altrettanto ingiusto fingere che la perdita della quotidianità paterna non esista.

E riconoscerla non significa togliere qualcosa alle madri.

Una madre non diventa responsabile della sofferenza di un padre semplicemente perché, dopo una separazione, i figli vivono prevalentemente con lei. Il problema nasce quando un sistema costruito per organizzare la vita dopo la fine di una coppia finisce, nei fatti, per rendere uno dei due genitori una presenza intermittente.

Un figlio però non vive la relazione con suo padre in percentuale.

Non esiste un padre al cinquanta per cento.

Può esistere un padre che dispone della metà del tempo, o anche di molto meno. Ma essere padre rimane una condizione intera.

Ed è proprio qui che la questione smette di riguardare soltanto il diritto di famiglia e diventa una questione interiore.

Cosa può fare un uomo quando sente di aver perso una parte importante della vita dei propri figli?

Può combattere.

Può trasformare ogni decisione in uno scontro, ogni divergenza educativa in una battaglia, ogni giorno perduto in un conto da presentare all’altro genitore.

La rabbia, soprattutto quando nasce dalla sensazione di aver subito un’ingiustizia, sa costruire argomentazioni perfette. E qualche volta quelle argomentazioni sono persino giuste.

Ma avere ragione non impedisce ai figli di trovarsi nel mezzo.

Un padre può anche scegliere la strada opposta.

Rassegnarsi.

Pagare ciò che deve pagare, rispettare il calendario, prendere i figli quando previsto e lentamente abituarsi a conoscere sempre meno della loro vita.

È una possibilità molto più silenziosa della guerra, ma può produrre una distanza altrettanto grande.

Il Guerriero Silenzioso cerca una terza strada.

Accetta ciò che in quel momento non può cambiare senza permettere a quella realtà di decidere chi diventerà.

Accettare, in questo caso, non significa considerare giusta ogni situazione.

Non significa rinunciare ai propri diritti.

Non significa tacere davanti a un’ingiustizia.

Significa distinguere con lucidità ciò contro cui vale la pena agire da ciò che, almeno per il momento, deve essere attraversato.

Un padre non può recuperare tutte le mattine che ha perduto.

Può decidere come vivere quelle che ancora gli appartengono.

Non può conoscere ogni pensiero che attraversa la mente di suo figlio.

Può costruire una relazione nella quale quel figlio sappia di poter parlare.

Non può essere presente in ogni momento difficile.

Può diventare qualcuno che suo figlio cercherà quando quel momento arriverà.

Non può controllare completamente l’educazione ricevuta nell’altra casa.

Può essere una presenza educativa coerente, riconoscibile, stabile.

Questo richiede qualcosa di molto più difficile del semplice rivendicare il proprio ruolo.

Richiede di continuare a esserci senza possedere.

Ed è forse una delle prove più dure della paternità.

Perché un figlio crescendo appartiene sempre meno al mondo che avevamo costruito per lui e sempre più alla propria vita. Succederebbe anche se quella famiglia non si fosse mai separata. Prima o poi gli amici diventerebbero più importanti delle serate sul divano, le porte comincerebbero a chiudersi, arriverebbero amori dei quali sapremmo poco, problemi che scopriremmo tardi, decisioni prese senza consultarci.

La separazione può semplicemente anticipare, e rendere molto più doloroso, questo passaggio.

Costringe a imparare prima una lezione che ogni genitore dovrà affrontare: amare qualcuno significa anche accettare di non poter assistere a tutta la sua vita.

Questo però non cancella il dolore.

La consapevolezza non dovrebbe diventare un anestetico.

Può mancare davvero quel ragazzo spettinato che entrava in cucina senza salutare.

Può mancare accompagnarlo a scuola.

Può fare male scoprire il nome del suo migliore amico mesi dopo.

Può far male accorgersi che alcune sue espressioni sono cambiate e non sapere esattamente quando sia successo.

Il Guerriero Silenzioso non ha bisogno di fingere che tutto questo non lo tocchi.

Lo attraversa.

La differenza sta in ciò che decide di farne.

Può trasformare quella mancanza in risentimento oppure utilizzarla per comprendere quanto valore avessero quei gesti che un tempo sembravano insignificanti.

Può passare gli anni a contare il tempo che gli è stato tolto oppure imparare a dare profondità al tempo che possiede.

E soprattutto può evitare l’errore più pericoloso: lasciare che la fine della coppia diventi lentamente anche la fine della propria paternità.

Perché una sentenza può stabilire giorni e orari.

Un accordo può decidere dove dormirà un figlio.

Un calendario può dividere le vacanze.

Nessun calendario può stabilire quanto profondamente un padre rimarrà nella vita di suo figlio.

Quella parte dipende ancora da lui.

Essere padre dopo una separazione significa proprio questo: accettare di non poter più condividere ogni giorno della vita dei propri figli e continuare, giorno dopo giorno, a costruire un luogo nel quale loro sappiano di poter tornare.

Non soltanto una casa.

Un padre.


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