Del coronavirus si è parlato fino allo sfinimento.
Troppo, forse.
E spesso male.
Tra chi vedeva ovunque il pericolo e chi negava perfino l’esistenza del virus. Tra chi invocava obblighi, protocolli, chiusure, vaccini, e chi sentiva tutto questo come una violenza.
Non voglio entrare in quella guerra.
Non qui.
Perché il punto, oggi, non è stabilire chi avesse completamente ragione e chi completamente torto. Il punto è capire cosa ci ha lasciato quel tempo. Cosa ha fatto a noi. Alla nostra mente. Alla nostra fiducia. Alla nostra capacità di restare lucidi davanti alla paura.
Il virus era reale.
Ma reale era anche qualcos’altro: la paura.
Una paura enorme, continua, martellante. Una paura che non si limitava a informare: orientava, spingeva, divideva.
E forse molti non si sono mossi soltanto per convinzione scientifica, ma perché avevano paura. Paura di ammalarsi. Paura di contagiare. Paura di perdere il lavoro. Paura di essere esclusi. Paura di essere giudicati.
E quando la paura diventa il clima dominante, l’uomo non sceglie più davvero. Reagisce.
Oggi, davanti ad altre emergenze sanitarie, la gente non corre più allo stesso modo. Non perché la paura sia sparita. La paura esiste ancora.
Ma forse qualcosa si è incrinato.
Forse molte persone hanno capito che non basta più dire “è per il tuo bene” per ottenere obbedienza.
Forse hanno compreso che la scienza, quando diventa slogan, perde la sua anima.
E che il dubbio, quando è onesto, non è ignoranza: è coscienza che chiede spazio.
Cosa accadrà se succederà di nuovo?
Non lo so.
Ma una cosa la so: la prossima pandemia non partirà soltanto da un virus. Partirà ancora da noi. Dal modo in cui guarderemo la paura. Dal modo in cui ci lasceremo guidare o dominare da essa.
E lì, come sempre, ognuno incontrerà se stesso.
La risposta non sarà nei bollettini.
Sarà nel grado di coscienza con cui sapremo restare umani mentre tutto intorno tornerà a tremare.



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