COSA RESTA FUORI DALLO SGUARDO?
Lo schermo pulsa nella penombra.
Tu non guardi. Assorbi.
Versano parole già sentite – Palestina, Libano, Iran –
come monete in un piattino vuoto.
Poi l’Europa. Scudi. Fionde nuove.
La chiamano pace. Con il ferro.
Una parola cade più piano delle altre, e resta lì, sospesa nella stanza:
atomica.
Premi muto.
Non per fuggire. Perché la logica l’hai già afferrata, e stringe.
Nel silenzio riemerge un altro fantasma: Epstein.
Non un ricordo, un sapore. Contatti altissimi, corpi di ragazze, processi curvi, una morte che non ha seppellito nulla. Tutti urlavano. Poi il rumore si è sciolto, inghiottito da qualcosa di più caldo, più vasto.
Lo schermo adesso vomita mappe, fumo, esperti.
E senti il meccanismo: quando il fastidio si avvicina troppo, una nuvola più grande lo copre.
Non hai prove. Hai la sensazione. Che a volte è una prova che trema.
Pensi a loro. Quelli senza volto. I veri decisori. I patrimoni che camminano senza far rumore. Quelli che la guerra la guardano come un grafico.
Ti fermi.
Potresti scavare fino all’alba e trovare solo altre gallerie.
Allora cambi.
Non cerchi più il burattinaio.
Guardi la stanza. Il tuo corpo sul divano. La sveglia di domani.
La domanda si rovescia: io, in tutto questo, cosa faccio?
Il guerriero quieto nasce lì: in quel rovesciamento.
Non nega l’orrore. Non scappa nelle dietrologie.
Torna a casa.
Sa che non sposterà eserciti né smaschererà imperi.
Ma può, nel suo cerchio minuscolo, non diventare ciò che condanna.
Può non umiliare. Può non usare. Può fermarsi davanti alla fragilità.
Non chiudere gli occhi. Sentire quando qualcosa è storto.
Tutta la melma che vedi lassù, qualcuno l’ha calpestata qui sotto.
Lo schermo ancora scivola, muto, sui disastri.
Tu rimani dentro il tuo respiro.
E per la prima volta, da molti rumori,
non cerchi risposte enormi.
Solo verità che puoi toccare.



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