Ciao Francesco

Con Francesco Guccini se n’è andato uno di noi.

Una voce importante del popolo, uno che non aveva troppi peli sulla lingua e che, soprattutto, non ha mai avuto bisogno di rendersi diverso da ciò che era per piacere agli altri.

Cantante, ma nemmeno troppo. Cantastorie sicuramente. Poeta molto più di quanto probabilmente avrebbe ammesso lui stesso, magari liquidando la faccenda con una battuta e quella sua autoironia tagliente che non risparmiava nessuno, nemmeno…. Francesco Guccini.

Ha raccontato la vita attraverso i propri occhi, le proprie idee, le proprie incazzature, le sconfitte, gli amori, gli amici, le osterie, la politica, il tempo che passa. Ha raccontato soprattutto se stesso senza cercare di apparire migliore.

E proprio per questo ha finito per raccontare anche noi.

Guccini avrebbe potuto sfruttare molto di più il proprio successo. Avrebbe potuto inseguire continuamente la ribalta, adattarsi, trasformarsi in personaggio, amministrare la propria immagine come fanno le star. Non gli interessava.

Uno come lui era difficile da comprare.

Via Paolo Fabbri 43 è diventata quasi il simbolo di questa sua ostinazione. Una casa, una strada, un indirizzo trasformato in titolo e poi entrato nell’immaginario collettivo. Bologna, Pàvana, le osterie, gli amici, quella provincia che nelle sue canzoni diventava improvvisamente grande quanto il mondo.

Anche la sua voce sembrava voler rimanere fuori dalle regole.

Guccini non era un cantante perfetto e non cercava di esserlo. Aveva quella erre moscia inconfondibile che un produttore ossessionato dalla perfezione avrebbe forse cercato di correggere. Lui se l’è tenuta. Anzi, è diventata parte delle sue canzoni, perché dentro quella voce imperfetta c’era qualcosa: una persona.

Mi domando spesso cosa accadrebbe a un giovane Francesco Guccini se nascesse artisticamente oggi.

Passerebbe le selezioni di un talent?

Qualcuno gli direbbe che deve curare maggiormente l’immagine? Che le canzoni sono troppo lunghe? Che deve arrivare prima al ritornello? Che deve essere più riconoscibile sui social? Che bisogna costruirgli un personaggio?

Forse non lo sapremmo mai.

Perché una parte dell’industria musicale contemporanea sembra avere sempre meno pazienza. Cerca qualcosa che funzioni subito, che venda subito, che produca numeri subito. Poi, quando quella luce comincia a spegnersi, un’altra è già pronta.

Fiammiferi.

Uno si accende, illumina fortissimo per qualche secondo e scompare. Dietro ce ne sono altri dieci con la testa pronta a prendere fuoco.

Francesco Guccini non era un fiammifero.

Era una candela.

Una di quelle che bruciano piano, consumandosi senza fretta. E mentre bruciano permettono ad altri di accendere il proprio fiammifero.

E’ questa la differenza tra il successo e lasciare qualcosa.

Il successo ha bisogno di essere continuamente alimentato. Quello che lasci negli altri continua invece a camminare anche quando tu non ci sei più.

Guccini lo ha fatto con le parole.

Da Dio è morto a La locomotiva, da L’avvelenata a Cyrano, da Auschwitz a Eskimo, fino alle canzoni più intime, malinconiche e apparentemente piccole. Dentro c’era sempre il suo modo di guardare il mondo. Potevi essere d’accordo oppure no, poteva irritarti, commuoverti o farti sorridere, ma difficilmente avevi la sensazione che stesse dicendo qualcosa perché conveniva dirla.

Questa è la lezione più importante che lascia.

La coerenza.

Non quella di chi pretende di avere sempre ragione. La coerenza di chi accetta persino le proprie contraddizioni senza trasformarsi nella caricatura di se stesso.

Un Don Chisciotte della musica italiana, con la chitarra al posto della lancia, qualche mulino a vento da mandare affanculo e quella erre moscia che rendeva immediatamente riconoscibile ogni battaglia.

Adesso Francesco se n’è andato.

La candela, prima o poi, doveva consumarsi.

Ma ha lasciato acceso parecchio fuoco in giro.

E quello sarà molto più difficile da spegnere.

Ciao Francesco.

E grazie.

Per le canzoni, naturalmente.

Ma soprattutto per aver dimostrato, per tutta una vita, che si può attraversare il successo senza permettere al successo di decidere chi devi diventare.


Categories:

Tags:


Comments

Una risposta a “Ciao Francesco”

  1. Avatar Sara
    Sara

    Ciao Francesco…compagno di gioventù.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *