Quella sera, mentre ti affaccendavi in cucina a preparare la cena, tirasti fuori da un sacchetto una vecchia e arrugginita scatola di latta.
Mi avevi invitato, come accadeva da qualche settimana, a trascorrere l’ora di cena, a parlare del più e del meno per poi restare a dormire da te.
La prendesti fra le mani e mi dicesti: “Guarda cosa ho trovato all’orto”.
Una tonda scatola di latta, rossa e bianca, arrugginita e scolorita, ancora un po’ terrosa.
Mi avevi raccontato della tua passione per quel tipo di scatole e la capivo benissimo perché anche io ne ero affascinata. In più quella scatola era vecchia, risaliva a quasi 70 anni prima, curiosa e particolare per il contenuto che aveva avuto. La presi in mano affascinata pure io, la rigirai fra le mani commentando lo stato impietoso in cui si trovava. Mi stavi accanto, eccitato ed emozionato di aver trovato un oggetto così vecchio, proprio quel tipo di oggetti che attiravano tanto la tua fantasia, che racchiudevano in sé una storia da non dimenticare, un fascino oltre il tempo, addirittura oltre il nostro tempo.
Seduta al tavolo guardavo la scatola, tu al mio fianco guardavi me.
Dicesti: “Ti andrebbe di pulirla tu?”.
Quella scatola era stata trovata abbandonata, sporca e rugginosa come la tua storia, come il tuo logoro passato; un contenitore vuoto da tentare di riportare a nuovo, da riempire, con chissà cosa ancora non sapevi.
“Certo” risposi.
Ci mettemmo a ragionare su come poterla pulire senza danneggiarla, poi concludesti: “Tu saprai come fare”.
Tornai a casa il giorno dopo con quel tesoro in mano, senza capirne il significato, senza sapere se avesse quel significato. E mi misi subito al lavoro. I guanti, l’acido e una spazzola con setole delicate. Pochi progressi; era necessario un approccio più deciso. Carta vetrata a maglia finissima, tocchi leggeri e attenti. Pian piano, con ore di lavoro i risultati cominciavano a vedersi. Comparivano le scritte, i colori si facevano più brillanti. Acquistava quel fascino di antico, di usato, di qualcosa che era stato maneggiato a lungo ma poi abbandonato, dimenticato. Adesso era fra le mie mani, ansiosa di dimostrarti la mia capacità, di restituirti assieme a quell’oggetto un presente pulito, lucido, funzionale. Togliere la ruggine, smussare le asperità, rinnovare il colore.
Un altro invito, un’altra richiesta.
Uscisti dalla doccia grondante. Ti guardavo dalla porta del bagno. Mi lanciasti uno sguardo dei tuoi e dicesti: “Sai che è proprio bella quella canottiera, l’hai fatta tu?!”. Era una canottiera fatta ad uncinetto, bianca con delle righe lavorate in rosa, glicine, grigio chiaro e scuro. “Belli questi colori e disposti con gusto. Davvero sei capace di intrecciare così il filo?”.
Umido, lucido. Ti avvolgesti nell’accappatoio, stropicciandoti il corpo e i capelli. Facevi capolino da dentro il cappuccio marrone, sorridente. Poi la barba. “Non importa” ti dissi: “Stai bene lo stesso”. Ti avvicinasti e sfiorasti la guancia con la mia “Senti? Ti graffierei tutta!”.
Poi all’improvviso, mentre non mi guardavi e ti specchiavi mezzo imbiancato dalla schiuma: “Saresti capace di farmi un cappello all’uncinetto?”. Era scontata la mia risposta. “Mi piacciono da impazzire!” aggiungesti. Di nuovo mi trovavi d’accordo, i cappelli li adoravo anche io.
E così, senza rivestirti, iniziasti a frugare nell’armadio fra i tuoi cappelli e cominciasti ad infilarteli, prima quello preferito, poi quello regalato da un viaggio in medio oriente, poi l’altro colorato e strano. “Mi piacerebbe così”. Eri così buffo, perché stavi giocando e non te ne vergognavi.
Uscii con un altro compito. Una sfida con me stessa e con l’indovinare i tuoi gusti. Quel pomeriggio stesso comprai il cotone necessario, scegliendo i colori che potevano piacerti. Il celeste doveva esserci, perché avrebbe ripreso il colore dei tuoi occhi. Iniziai a intrecciare quel filo, riga dopo riga, cerchio dopo cerchio, si definiva in tessuto, in quella forma che avrebbe avvolto la tua mente, il tuo sapere, i tuoi pensieri. E sebbene non avessi idea se ti sarebbe piaciuto, continuavo nella scelta del punto, nell’alternanza dei colori.
Anticipammo al sabato la nostra cena. Lo proponesti tu, all’improvviso poche ore prima. Mi trovasti pronta, come sempre di fronte ad un tuo invito. Finii in fretta il cappello e lo avvolsi in un foglio di carta e lo chiusi dentro la scatola di latta.
Mi lasciasti il cancello, il portone e la porta aperta. Di nuovo ti eri infilato in doccia appena prima del mio arrivo. Di nuovo ti ammirai nei tuoi movimenti sotto lo scroscio dell’acqua, ogni goccia una carezza, poi via verso lo scarico, veloce e silenziosa.
Ti dissi:” Ho finito la scatola ma non so se è venuta bene”. Commentasti rapido: “Conoscendoti sono certo che avrai fatto un ottimo lavoro”.
Mi allontanai quando uscisti dal bagno e mentre ti rivestivi mi chiedesti subito di vederla. “È sul tavolo di cucina” ti dissi dall’altra stanza.
“È bella, va benissimo! E…cosa c’è dentro?”. Con il fagotto di carta venisti verso di me e lo apristi. Non mi guardavi. “Cosa è? Il cappello? Lo hai già fatto? È bellissimo, che bello questo colore!”.
Ebbi l’impressione che la tua reazione fosse la stessa di quando eri bambino, quando scorgevi il nuovo gioco dentro la carta da regalo. Ti dirigesti svelto allo specchio e lo indossasti. Era stretto. “Non mi sta, è piccolo!”. Niente paura; lo presi in mano e capii dove era il problema. Bastava togliere un filo e riprese l’ampiezza che era necessaria. Lo riprovasti. “Mi piace, mi sta perfetto! Questo finisce subito in valigia!”.
Chissà se lo hai portato veramente con te nel tuo viaggio.
La scatola di latta l’hai messa in cucina, in alto sul mobile, sopra una vecchia bilancia.
Se ne vede solo metà.



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