L’ingresso della scuola elementare era una grande vetrata con due porte da cui uscivano a turno le classi dei bambini accompagnati dalla maestra.
I genitori attendevano nel piazzale antistante disposti ordinatamente a semicerchio. Io con loro, come ad ogni squillo di campanella.
Ad una di esse la maestra “Stecco”, Elena all’anagrafe, arrivò tenendo Marco per la mano. Dietro di loro tutti gli altri alunni disposti diligentemente su due file.
La maestra aveva questo soprannome per il suo fisico estremamente asciutto, giovane biondina liscia, sempre impeccabilmente vestita, professionalmente preparata e disponibile ma un po’ nervosetta.
Iniziò quindi a consegnare i bambini ai rispettivi genitori che, per farsi notare tra la folla, agitavano la mano festosi.
Marco restava serrato nella mano sinistra di Stecco.
Dall’espressione dei loro volti non si preannunciava niente di buono: Marco se ne stava fermo impalato accanto a Stecco, il volto avvilito. Stecco, come al solito sbrigativamente, nominava il nome dei bimbi che via via si succedevano, li spingeva verso il genitore ed intanto mi guardava con fare torvo.
Mio figlio è sempre stato un bimbo vivace, fantasioso all’eccesso, trascinatore ma a sua volta trascinato, con la voglia spensierata di giocare. Non si poneva troppi scrupoli a muoversi, neppure fra i banchi della classe, facendo cadere quaderni e astucci dei compagni: l’altra maestra, Sara, affettuosamente lo chiamava “trottolino”.
Questa sua esuberanza lo ha portato in varie occasioni a mettersi nei guai, nella più completa ingenuità tutta maschile dei suoi otto anni.
Quel lancio di bimbi, quel giorno interminabile, mi mise in ansia e cominciai a sentirmi gelare il sangue, non solo nell’aspettare la rivelazione di cosa Marco avesse combinato, quanto per il fatto che la maestra sembrava attardarsi per far intendere a tutti che stavolta la cosa era davvero seria, il dramma di quella tiepida giornata di primavera.
Terminato il lancio, la maestra Stecco mi fa il gesto di avvicinarmi con la sua manina ovviamente stecchita. Marco teneva la testa un poco inclinata in avanti e a tratti mi guardava mesto mentre, ormai decisamente preoccupata, mi avvicinavo a loro.
“Lo sa cosa ha combinato suo figlio?”… come potevo saperlo, mia cara maestra, suvvia ormai mi tolga dall’imbarazzo e me lo dica!
“ Ha lanciato una delle sue scarpe sul tetto della scuola!” Stupita guardo i piedi di Marco che effettivamente indossava le scarpe di ricambio dedicate alla palestra.
Marco ritrae il collo ed appare sempre più mortificato ed impaurito.
Questo racconto mi lascia senza parole, non so che dire, quella marachella mi prende alla sprovvista perché non riesco proprio ad immaginarmi come possa aver fatto mio figlio a lanciare tanto in alto.
Continua Stecco: ”Dimostra chiaramente di non aver capito il valore delle cose!” Rivolgendosi poi a Marco e tirandolo un poco verso di sé per farsi guardare, disse: “Le scarpe i tuoi genitori le hanno comprate con i soldi e tu che fai? La getti via?”
Sinceramente, una volta passato lo spavento che avesse fatto male a qualche compagno o che avesse mancato di rispetto alla maestra, mi sentii rasserenata. Le scarpe con cui lo mandavo a scuola non erano certo scarpe di valore.
Mi guardai intorno: gli occhi e gli orecchi di molti genitori mi osservavano, i loro bimbi stavano certamente raccontando…
Gli occhi della maestra Stecco invece, già esoftalmici di suo, erano ancora più sporgenti, il viso scavato e scalfito sembrava tagliare a fettine il mio ed i suoi movimenti agitati della testa erano scattosi, tanto da far svolazzare qua e la’ i suoi spigosi capelli.
Finalmente si decise a liberare la mano di Marco ed io la raccolsi premurosa nella mia mentre con l’altra lo circondavo per le spalle. In quel momento eravamo uniti nel rimprovero che toccava ovviamente a tutti e due.
Come mi dovevo comportare? Rimproverare davanti a lei Marco per dare l’esempio di madre assolutamente in accordo con la maestra o scoppiare in una fragorosa risata?
Mi decisi per la prima opzione, per non dar modo alla maestra Stecco di pensare che non prendessi in considerazione le sue rimostranze e per allontanarmi così al più presto da quella platea di curiosi.
Appena fummo in disparte, mi chinai per guardare in viso Marco e, non potendo celare un sorriso ed uno sguardo divertito, gli chiesi di spiegarmi il grave accadimento.
“Mamma, hai presente la panchina in giardino quella davanti alla porta della mia classe?” Certo che l’avevo presente, il giardino era perfettamente visibile dalla cancellata e mi sovvenne che da quel lato il tetto della scuola era basso, giusto quanto il soffitto della loro aula.
“Eravamo seduti lì io, Endry e Gabriele e abbiamo fatto un gioco che facciamo spesso…facevamo a gara a chi lanciava più in alto la propria scarpa.”
“Fammi capire, ti sei tolto la scarpa?”
“No mamma! Così facciamo!” E mettendosi seduto su una panchina prese a dondolare la gambina con slancio.
Ed allora non mi trattenni più: “Marco hai vinto!”
Ci scatenanmo insieme in una risata strappapancia!
Poi con difficoltà ripresi la mia doverosa serietà e dovetti spiegare a Marco che, sebbene divertente, quel gioco non era da fare sia perché avrebbe potuto far male ad un compagno sia perché a scuola si deve mantenere educazione e rispetto.
Dopo una golosa merenda tornammo a casa a raccontare tutto al babbo.
Il babbo, armato di pazienza e di scala, il giorno dopo raggiunse facilmente il tetto e recuperò quella scarpa bianca ed arancione che aveva volato più in alto delle altre.



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