Filottete

Quante volte ci siamo chiusi in noi stessi a “leccarci le ferite”? Rimuginiamo sulle volte che ci hanno usato, manipolato, alimentando rancori e aggravando così il nostro malessere. Viceversa tendiamo a dimenticare quando noi abbiamo trattato allo stesso modo qualcuno, a volte anche deliberatamente. Anche in questa lettura, con l’aiuto della mitologia greca, cerchiamo di ragionare allargando inoltre la visuale su quanto le dinamiche di gruppo possano incidere in queste situazioni.

Lo abbandonarono con l’inganno sull’isola di Lemno. Eppure era un bravo guerriero. Eppure era al comando di una flotta di navi. Eppure aveva con sé l’arco invincibile donatogli da Eracle. Per quale motivo Ulisse e Agamennone, con il consenso di tutti gli altri, presero questa decisione? Era accaduto che, in una sosta su un’isola durante il viaggio verso Troia, un serpente lo aveva morso al piede. La ferita si era infettata e gli provocava grande dolore. Filottete era diventato insopportabile per i suoi urli e lamenti continui, di giorno e di notte, e per l’odore nauseabondo che proveniva dalla ferita. Quindi era diventato decisamente inutile. Lo abbandonarono e se ne dimenticarono. Anzi no: non è che se ne dimenticarono, lo lasciarono a morire.

Ma Filottete sopravvisse. Usò l’arco per cacciare gli uccelli, trovò acqua di sorgente per bere e pulire la ferita e una grotta per riparo. E così visse su quell’isola senza però mai riuscire a guarire. Non guarì né della ferita al piede né da quella più profonda dell’animo.

Dopo dieci anni la guerra però ancora non si era conclusa e i troiani continuavano a tenere testa all’esercito acheo. Gli oracoli predissero ai Greci che solo l’arco di Eracle avrebbe dato loro la vittoria. Tornarono quindi a Lemno per  recuperare solo l’arco.

Trovarono un uomo sospettoso e rancoroso che inizialmente non avrebbe mai accettato di rientrare fra le file dell’esercito. Qualcosa o qualcuno però riuscì a convincerlo, andò a Troia e con il potente ed invincibile arco uccise Paride, evento determinante per la vittoria degli Achei. Non solo, guarì anche della ferita al piede.

La mitologia spesso ci ha mostrato come siano stati esaltati alcuni eroi piuttosto che altri. Al merito di Filottete vengono dedicate poche parole nei poemi epici ma la sua figura ci offre una profonda lezione di resistenza, sofferenza e redenzione. Scopre, suo malgrado, come per gli altri il suo patimento non è mai contato davvero. Quella ferita era solo un fastidio da allontanare e quando qualcuno tornò sull’isola non lo fece per lui ma per prendere l’arco.

Adesso proviamo a chiederci: cosa avreste pensato voi al suo posto? Quanto a lungo vi sareste leccati le ferite anziché tentare di sopravvivere?

Noi tutti ci alimentiamo di cibo e di pensieri. Perché quindi indugiare davanti agli scaffali del supermercato tentando di trovare i cibi più sani quando poi invece scegliamo di nutrirci di brutti ricordi, cattivi pensieri ed intenzioni?

Capire di essere utili solo quando siamo forti, efficienti, ubbidienti suscita amarezza e risentimento. Nel momento in cui avremmo bisogno di conforto e di assistenza anche morale veniamo così malamente e silenziosamente abbandonati. Magari proprio da coloro che ci hanno ferito. Prima o poi capita a tutti di scoprire se per gli altri siamo stati davvero una persona o solo una funzione, e spesse volte lo scopriamo nel modo peggiore.

Proviamo a pensare poi se quella sofferenza la avessimo causata noi a qualcuno.  Quando ci avviciniamo alle persone, in qualsiasi tipo di relazione, lasciamo sempre un nostro segno, una parte di noi che resta indelebile. Quante volte ci siamo dedicati all’altro in modo da non farlo soffrire? Quante volte invece abbiamo agito con leggerezza accompagnandoci a quella persona solo perché in quel momento ci faceva star bene e ci dava ciò di cui avevamo bisogno? Ricordiamoci sempre che su quell’isola potremmo esserci un giorno anche noi.

Non solo, anche le dinamiche di gruppo svolgono un ruolo in questi equilibri. Mostrarci in dissenso quando tutti gli altri concordano in un giudizio, in un’opinione, diventa difficile. Schierarsi dalla parte opposta a quella della maggioranza è sempre un rischio: rappresenta la possibilità di essere isolati. Quanti dei compagni di Filottete hanno espresso la loro opinione magari sacrificandosi per rimanere con lui? Su quell’isola potremmo tornare e  trovare qualcuno che non ha dimenticato.

Un’altra considerazione suggerisce questo mito. Non cadiamo nell’errore di consolarci con un “non sa cosa si perde”: così facendo resteremmo arroccati in noi stessi, senza elaborare e quindi nella possibilità di ricaderci.  Dobbiamo trovare la forza di aprirci di nuovo agli altri, di circoscrivere la delusione a quella circostanza ben precisa o a quella specifica persona.

Perché certi tipi di ferite non guariscono in solitudine. Occorre che qualcuno finalmente e per davvero ci guardi, ci ascolti e ci apprezzi.


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