“Ciao Paola, come stai?”. Ricordo che il cuore fece un balzo, anzi si fermò assieme al respiro. Cambiò in un secondo la percezione dello spazio e la sicurezza nelle mie gambe. Mi dovetti sedere. Il cellulare aveva restituito, dopo due anni di silenzio, quel trillo particolare.
Un uomo torna per capire se sei ancora disponibile, se è finita la storia che ha sostituito la vostra o quando qualcosa nella sua vita lo destabilizza e tu gli ritorni alla memoria per bisogno, il suo bisogno. Non torna per amore: questo lo sapevo, la vita non è un film e lo avevo considerato; però ero guarita, non ci pensavo più. Lontano quel giorno in cui ero riuscita a fare a meno di vederlo, il giorno in cui lasciò sulla mia porta di casa i due libri che gli avevo prestato e che neppure aveva sfogliato. Possibile che fossi più forte allora di adesso? Perché quell’impulso a visualizzare il messaggio? E perché una donna è tentata di rientrare in una relazione che neppure si può chiamare tale, in un rapporto sbilanciato dove lei ha sofferto quella differenza di peso, dove ha sfiorato l’abisso mentre l’altro la osservava comodamente dalla superficie?
Dicono che esistono le “fiamme gemelle” ed io ci ho creduto, almeno per darmi una spiegazione. E così tu eri la fiamma, quella persona che dicono si avvicini a te per aiutarti a superare un vecchio trauma traumatizzandoti. Che non resta se non il tempo necessario ad evolverti.
Perdetti ogni logica e lucidità e visualizzai. “Capisco che non vuoi rispondere… non sei obbligata. Forse ti sei fidanzata…Ma se vorrai, mi farebbe piacere rivederti”. E riuscì abile come allora ad usare il grimaldello.
Il viaggio è lungo. Un treno diretto fino a Dresda e poi un’alternanza di pullman e treno fino a Mosca. Lo avevo scelto proprio così questo viaggio, per rendermi conto dello spazio, del tempo e di quanta terra ci fosse ora tra me e te. In queste ore avrò di nuovo la possibilità di analizzare tutti i momenti, le parole dette e scritte e le espressioni del tuo volto per convincermi che ho preso la decisione giusta o che almeno questa è l’unica strada per acquietare la mia ansia e darmi la certezza della direzione.
Il tuo appartamento era piccolissimo, la camera ed un cucinotto, ma caldo; i vetri si appannavano continuamente e fuori era fine febbraio. Passavamo le ore al tuo rientro dal lavoro parlando fitto, guardandoci negli occhi, di tutto o semplicemente di ciò che eravamo stati; le sere a guardare con sconsolata ironia le verdure sbiadite nel piatto, la frutta bella ma insipida e andavamo avanti con uova e formaggio. La domenica mattina uscivamo sfidando la scarica di adrenalina di temperature inimmaginabili, infagottati e goffi barcollavamo fino al parco, per pattinare o sciare. Poi bagnati ed infreddoliti correvamo a scaldarci nei caffè eleganti della Via Tverskaja, inventando storie sulle persone al di la’ del vetro, quella varietà di fattezze tipiche delle tante etnie, dei loro modi di vestire, delle donne in minigonna e tacchi a spillo, abilissime come pattinatrici. In quell’inverno ancora lungo a terminare, con il sole pallido e basso all’orizzonte, le ore di luce in un batter d’occhio ci riportavano alla notte, in quella camera e forse ad una diversa intimità.
Ho resistito, pensando che sarei riuscita ad adattarmi a quel clima e a quella città come due anni prima riuscii ad accontentarmi dei tuoi tempi, dei tuoi silenzi, del tuo tenermi sempre in sospeso, mai scelta e mai lasciata. Eppure ci sei adesso, viviamo insieme e non dovrei sentirmi ignorata. Ma non sei cambiato, pochi i gesti di affetto: sai quelli spontanei che non ti immagini che possano arrivare, che ti senti abbracciare all’improvviso alle spalle, che ti volti e sei già lì pronto a dare un bacio?
Quel giorno risposi di sì e ci incontrammo come usavamo fare: tu arrivasti sotto casa mia in scooter, “Ci sono” digitavi ed io scendevo. Un piccolo bacio sulla guancia, uno sfiorarsi e basta; i baci solo dopo, semmai. Mi raccontasti del tuo cambio di vita, di quel tuo metterti in gioco per crescere con la tua impresa e, conoscenza dopo conoscenza, avevi scommesso sull’edilizia in Russia. A Firenze restava tua figlia e laggiù in Sicilia ormai uno solo dei tuoi cinque fratelli. Tutti sparsi qua e là e tu adesso a 3000 km. Non ebbi il coraggio di chiederti il perché della tua voglia di vedermi, aspettai che lo dicessi tu ma come sempre lasciasti i discorsi in sospeso. Quando mi chiedesti di venire a trovarti mi svegliai dall’anestesia e mi illusi che la tua fiamma fosse pronta a diventare anima.
Oggi è il 7 agosto, quel giorno che non abbiamo mai festeggiato, come nessun compleanno, nessun Natale o capodanno; figurarsi un San Valentino, assieme sì ma solo per caso. Qui il caldo è umido come in Italia. Passeggiamo sui grandi e lunghi marciapiedi lungo la maestosa Moscova, sempre staccati, mai mano per mano. I nostri incastri sono sempre intensi e fantasiosi ma del corpo non usiamo le mani e nemmeno gli abbracci. La Cattedrale di San Basilio alla luce del sole è meravigliosa, splendono le maioliche delle cupole e l’occhio non riesce a fermarsi sui mille mosaici, sui colori delle tessere orlate di oro luccicante. E non sono gli inverni lunghi e le primavere pallide e fulminee, gli spazi così ampi in cui le persone si diluiscono e quasi si dissolvono, il cibo che non ricorda assolutamente quello che hai sempre mangiato, la lingua così diversa e difficile da comprendere, gli enormi edifici, le abitudini che sembrano strane come quel non sorridere se non c’è familiarità, le babushki da conquistare, le bottiglie vuote di vino da non rimettere sul tavolo, a rendere faticoso il soggiorno perché a tutto ci si può abituare, io ne ero un perfetto esempio. Nonostante questo mi sono sentita accolta da questo popolo, così silenziosamente fiero ed unito, distribuito su un territorio vastissimo, vario per razza, usi e religione. Un popolo che a differenza di me ha fatto tesoro del passato, che non ha bisogno di sostenersi su nessun’altro, che possiede tutto ed ha imparato ad utilizzarlo e ad evolversi, usando anche le contraddizioni per migliorarsi.
Ti fermi a comprare una rosa bianca, mi guardi, sorridi appena e alzi un poco le spalle, come fai spesso tu. Non una parola, non un complimento. Questa rosa la vedrai sfiorire solo tu: domani ho il volo di ritorno. Questa volta ho scelto il viaggio più veloce, il più rapido possibile.



Lascia un commento