Ele

All’inizio dell’estate tutto cambiò.

La voce, gli orari, gli odori che per dieci anni avevo considerato irrinunciabili, quasi fossero gassosi si dispersero, occupando lo spazio infinito dell’universo.

Restavo io, da riconoscere e riprogettare. L’entusiasmo era frenato dal timore di riscoprirmi attraente altresì interessante.

Mi iscrissi in quel cappello a cilindro dove, in passato, un abile prestigiatore mi aveva fatto uscire morbida, ammiccante e con due grandi occhi, per prendermi in braccio e portarmi via, di nascosto, senza mostrarmi al pubblico.

Lì ti vidi. Mi guardavi da quella foto, vetrina illuminata, o meglio credevo guardassi me dietro a quegli occhiali scuri, occhi solo immaginati. Un sorriso accennato, barba curata, tutto insieme il tuo volto. Niente di più mi colpì.

Ti contattai con il tasto del mio cuore.

Rispondesti.

Poche parole, pochi messaggi, solo voglia di vedersi. Ti riconobbi subito, stessi occhiali scuri. La tua altezza era armoniosa, percepita come un sentiero irto per la vetta, invitante e al tempo stesso sfidante e ardua. Togliesti quegli occhiali in un breve attimo, mentre guidavi, per mostrarmi quello che per te, forse, è un difetto ma che a me parve e pare solo la sottolineatura di uno sguardo vivo e acuto.

Ci sedemmo lassù distanti, obliqui, strani e d’improvviso fummo attraversati dall’energia del sole che, tramontando, cedeva la scena ad una luna rossa che dalle sue quinte usciva, adagio ma celere, protagonista nel suo spazio e nel nostro cielo, sormontante la nostra, la sola, unica città. Ti catturò; ti alzasti pensando che tre passi ti potessero avvicinare a lei, attratto da una grandezza rara e da un colore magnifico, paradossalmente innaturale. Guardavi attonito il maschio e la femmina, la luce e la notte, l’ovest e l’est. Io guardavo te.

Nessun contatto, neppure al saluto. Ero certa che io non fossi luna. Ed invece, mentre con la mente evocavo il tuo nome, mi scrivesti. Accennasti a “quell’altro”, a quel completamento che avrebbe accompagnato il tuo riconoscerti nel mio pensiero. Avevi voglia di rivedermi.

Ma ci perdemmo. Cancellai il tuo numero ed il cilindro, per non riflettermi più nella tua vetrina.

Ma quella luna generò marea, che piano piano aumentò in me e, superando il mio argine, lei ti scrisse, recuperando il cilindro, unico canale per ritrovarti. Con la sorpresa di un regalo inaspettato, rispondesti.

Non ebbi coraggio di abbracciarti mentre guidavi. Parlavamo nel rumore del traffico, con gli orecchi tappati e con la voce squillante. E ti ebbi di fronte poi finalmente accanto, a pochi centimetri da me. Ti avevo confessato la mia libera intimità e, forse provocandomi, confidasti quello che desideravi e ti aspettavi.

Era la sera prima della mia partenza e tu, forse per non prenderne l’iniziativa, mi sfidasti addossando su di me la responsabilità: “Ora tu vorresti un bacio…”. Non proferii parola ma ti guardai e sperimentai l’apnea e l’aria, l’abbandono e l’attivazione dei sensi… mi lasciasti andare così: “Ti farei fare troppo tardi…”. Forse scappai chiudendomi la porta veloce alle spalle.

Suonasti in me un gong, un’onda propagante e ritmica, costante e inarrestabile: l’attesa di rivederti fu sublime e angosciante.

Poi sussurrasti che cercavi qualità, che per te era la metà dell’unione ed io svelai quanto quella qualità fosse da tempo a me sconosciuta. Ingenua, ti confidai i miei sensi, i nervi, lo stomaco e tutte le farfalle che vi abitavano. Vicini ci sfiorammo e, coscienti, mi seducesti e, come se vivessi un’altra adolescenza, fui catturata dal tuo eros consapevole ed esperto.

E fosti grandioso, divino e adorabile e io ritrovai la me di dieci anni prima, ferma, in attesa di rivelarmi fonte di acqua sorgiva.

Potevo essere io la tua qualità?

Prudente tentasti di frenarmi perché tu non sentivi alcun battito d’ali ma io avevo oramai imboccato il labirinto, il tunnel, e al buio, tentoni e continuamente inciampando cercavo la tua luce, quel punto che, seppur minuscolo, volevo scorgere, bastante a farmi proseguire senza protezione alcuna.

Un altro plenilunio ci rivide insieme, dopo giorni e giorni di attesa; un altro piedistallo su cui erigerti ed ergermi incastrandoci.

Poi la tua partenza imminente e senza aspettarti, di nuovo mi proposi e tu mi lasciasti speranzosa di rivederti il giorno prima del volo. Di nuovo attesi evocandoti, chiamandoti con il pensiero e sognandoti desideroso di salutarmi. Poi, al limite del tempo, lanciandomi intrepida e decisa, ti regalai la mia ode di parole accesa.

E adesso tu, in aeroporto con la tua valigia, ancora non dai risposta, ed io resto qui certa di un’ulteriore lunga attesa.

Io carceriera di me stessa, fautrice del mio arresto, rea di amare.

Qui nella mia cella, senza orologio ma con il ticchettio di una goccia irrefrenabile e testarda, aspetterò ogni udienza fino al giudizio finale. Senza difesa ma con la mia perizia: valenza e valore, avvinghiata alla mia anima e al mio cuore, donatrice unica.


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