A quanti di noi è accaduto di non sentirsi apprezzato nel giusto valore? Magari rispetto a qualcuno che, solo per le proprie doti di eloquenza o di aspetto, è stato più valorizzato? Quale è stata la nostra reazione? Nel tentare di capirlo, proviamo a riferirci a quanto accadde ad Aiace, così come la storia ci viene tramandata da Ovidio e da Omero. Un ulteriore spunto di riflessione su quanto non sia cambiato l’animo umano nel corso di tanti millenni.
Oggi escono i risultati del concorso per quell’impiego a cui ambite da tempo. Vi siete preparati a lungo, avete approfondito e siete soddisfatti delle prove di esame svolte. Sul tabellone però prima di voi c’è un altro nome. Lo conoscete e sapete anche per quale motivo è riuscito ad ottenere una votazione migliore della vostra.
È arrivata l’occasione di un avanzamento di carriera. Avete svolto con competenza, rigore e responsabilità ogni mansione affidata e avete apportato miglioramenti costruttivi ed efficaci per migliorare il flusso di lavoro ed i risultati. Il nominato però è un altro, il collega che si distingue in socievolezza e che ha maggiore confidenza con il direttore.
Frequentate una persona che vi ha catturato testa e cuore. In sincerità vi ha detto che vi apprezza molto e che la sintonia è perfetta. Poi però vi preferisce un’altra persona perché il vostro tipo di qualità è di un livello diverso da quello che era atteso.
Ognuno di noi può reagire in modi diversi ma le emozioni che proviamo probabilmente sono comuni: ingiustizia, rabbia, frustrazione, impotenza, incomprensione.
Proviamo a vedere adesso perché la figura di Aiace risulta così contemporanea.
Nella guerra di Troia, tra le fila degli Achei, è il secondo guerriero più forte dopo Achille. Combatte con valore, sprezzo del pericolo e lealtà, non cede alla violenza né all’astuzia. Il suo modo di agire segue una morale innata: aiuta i compagni in difficoltà, soccorre quelli feriti, li incoraggia con parole nobilissime, allontana il corpo esanime di Achille dal campo e lo protegge dallo scempio del nemico. Quando si scontra con Ettore, il duello si conclude alla pari ed è Aiace che lascia la decisione del finale al rivale, riconoscendone così i meriti, e termina con uno scambio di doni: Aiace dona la propria “cintura splendente di porpora” ricevendo in cambio da Ettore la “spada dalle borchie d’argento, con il fodero e la cinghia perfetta”.
Sul campo di battaglia muore il divino Achille. Le sue armi se le contendono Aiace e Ulisse davanti all’assemblea del Giudizio delle Armi. Ovidio, ne “Le Metamorfosi”, ci ha tramandato il dibattito tra i due.
Aiace nell’arringa racconta le circostanze, ricorda ogni battaglia, nomina le città degli scontri, enumera le ferite. Il suo discorso è breve, lui non è un parlatore, e pensa che tutti lo hanno visto in azione e che quindi tutti ne conoscono il valore per ciò che ha dimostrato.
Ulisse non è per natura forte ma è astuto e dotato di ingegno. Evita gli scontri diretti ma aggira l’avversario e lo sconfigge per strategia. Parla come fosse un avvocato di sé stesso, costruisce una narrativa, si lavora la platea trasformando le virtù di Aiace in debolezze, addirittura lo deride con offese esplicite. Quando Aiace dice che lui era con il corpo di Achille, Ulisse replica che lui invece era a fare cose più importanti.
In sostanza Aiace sostiene che le armi di Achille spettano a chi le sa usare in battaglia; Ulisse invece a qualcuno che le sappia valorizzare fuori dalla battaglia.
Ulisse quindi sposta il discorso da “colui che ha fatto di più” a “colui che è più adatto”.
Ulisse vince il dibattito.
Aiace è l’eroe incompreso, il soldato, colui che nonostante l’imponente statura nasconde un cuore di fanciullo che crede nell’onestà, che ha fiducia nell’altro, che si pone senza mezze misure e compromessi e quindi facilmente vulnerabile nei sentimenti.
Aiace impazzirà perché non può accettare la logica che ha determinato la vittoria di Ulisse. Non riesce a comprendere quanto possa valere di più l’apparire piuttosto che l’essere.
Omero ci racconta che Aiace, una volta capito quanto la follia che si è impossessata di lui lo abbia allontanato dai suoi valori e che non avrebbe potuto sopportare né gli sguardi di derisione di Ulisse né il giudizio degli altri, si suicida: dopo aver piantato la spada di Ettore nella sabbia con la lama rivolta in alto, si trafigge cadendoci sopra. Quando Ulisse, sceso nell’Ade, incontrerà la sua anima fra i defunti, Aiace non gli rivolgerà parola, se ne starà in disparte dimostrando di non aver dimenticato.
Eccoci qua con lui, almeno noi che sentiamo più vicina la sua figura, e che ci riconosciamo in essa. Nessuno di noi diventerà folle come descrive Omero ma la rabbia e l’ingiustizia potrebbero sollevare rancori e voglia di vendetta. Qualcuno potrebbe chiudersi in sé stesso, cadere nell’errore di non credere nelle proprie capacità. Altri si scoraggerebbero pensando che se non hai le caratteristiche o gli agganci giusti nessuno potrà darti ciò che meriti.
La fragilità di Aiace lo ha fatto dimenticare agli occhi del mondo. Tutti ricordiamo Ulisse e le sue imprese. Proviamo a chiederci il perché su di lui sia stato scritto un poema che ne descrive in ogni impresa la capacità di acume, inganno e astuzia. Quale messaggio, ammesso che ci fosse, voleva essere dato ai contemporanei e ai posteri?
Cosa sarebbe accaduto se Aiace invece fosse uscito dal quel confronto con la testa alta, dimostrando invece di credere nelle proprie capacità?
Non è necessario aspettare di vedere cadere in fallo il rivale: dentro di noi c’è il giudice più spietato ma anche l’unico che sa riconoscerci ogni merito.



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