Efesto

Essere rifiutati è sicuramente uno dei dolori più intensi da provare. Anche da temere. Se ne può ignorare le cause oppure fare finta di non vederle, tanto fanno male. Dall’altra parte cerchiamo di capire cosa il nostro rifiuto può causare nell’altro. Nella lettura del mito che propongo cerchiamo di trovare lo spunto per ricavare un insegnamento nel caso queste amare eventualità si verificassero.

Rifiutare vuol dire respingere, non accettare, addirittura disconoscere un legame o una persona. Lo abbiamo fatto qualche volta noi e qualche volta lo abbiamo anche subito. I motivi che ci hanno spinto a rifiutare ci sembrano sempre legittimi: incontestabili se scaturiti dall’aver ricevuto un affronto, imprescindibili se determinati da una divergenza, sia essa di carattere che di opinione. L’essere rifiutati invece è frustrante, ci mette di fronte ad un giudizio che è ostico da accettare perché attacca direttamente quello che consideriamo il nostro valore.

Efesto nasce da Era, moglie di Zeus. Alcune versioni dicono che fosse nato per partenogenesi, per dispetto nei confronti di Zeus che aveva creato da solo Atena.

Però Efesto nasce zoppo, quindi storpio e deforme.

In un ambiente dove gli dei e le dee sono tutti bellissimi e fortissimi, Efesto non ci può stare. Nella vetrina dell’Olimpo stonerebbe. Inaccettabile se poi si pensa da chi è stato generato. Quindi Era lo rifiuta. Non corregge la sua deformità, non lo nasconde, lo elimina gettandolo dall’Olimpo. Un neonato indifeso che precipita nel vuoto, per nove giorni, tanto è alto quel monte. Attraversa aria, nuvole e vuoto, senza potersi difendere, in una vertigine interminabile.

Immaginiamolo, paragonando quel volo al dolore percepito dopo l’essere stati rifiutati.

Efesto termina la sua caduta in mare. Ancora disabile, spezzato ma vivo. Lo vedono Teti e Eurinone, lo raccolgono e lo prendono con loro.

Teti è una Nereide, un’antica divinità marina destinata a diventare la madre di Achille. La sua indole la porta verso i più deboli, gli indifesi e i vulnerabili.

Eurinome è una Oceanina, nata prima degli Olimpici, prima di quell’ambiente sfarzoso e di élite.

Non possono concepire le differenze di rango, i canoni di bellezza o le regole di appartenenza al privilegio. Loro vivono fuori da quel sistema per cui non si chiedono perché quel bimbo sia caduto. Lo accolgono e basta, perché loro sono la cura.

Lo nutrono, e gli insegnano tutto, persino a respirare.

Efesto per nove anni vive in una grotta sotto al mare ed impara la prima lezione: spesso chi ti salva non è chi ti ha generato.

Intanto nell’Olimpo nessuno si chiede come sta o dove sia. Per loro non è mai esistito, cancellato dalla memoria, come persona e come rifiuto.

E in quella grotta Efesto trova la sua arte nel fuoco. Con quelle mani deformi egli è un artista. Forgia i metalli creando monili, spille, collane, anelli bellissimi nei quali racchiude la lucentezza del cielo filtrata dall’acqua.

Teti è ammirata da quelle bellezze e Eurinome le indossa.

Efesto impara così che il riconoscimento non deriva dal merito fine a se stesso ma dall’essere guardati per quello che si crea. Questa potrebbe essere la sua rivincita: “Era, guarda cosa hai perso”. Non sarebbero solo parole o recriminazioni, sarebbero azioni, valori concreti e unici.

Ma Era, la madre, non guarda, non vede. A Efesto questo non dovrebbe importare più. Dovrebbe crescere in quello che i Greci consideravano un potere: costruire valore senza che nessuno sia lì a guardarlo.

Il mito però ci racconta di un Efesto vendicativo. Diventato il dio del fuoco e della metallurgia, fabbrica un trono d’oro e lo invia ad Era. Ella, abbagliata da tanta bellezza, vi si siede rimanendovi intrappolata. Nessuno è in grado di liberarla se non colui che lo ha costruito. Ma questa è un’altra storia, un altro mito.

D’accordo fa male, brucia dentro la delusione, il vedere svanire il futuro insieme, la rabbia di sapere che ci sarà qualcun altro, la frustrazione di non essere stati conosciuti quanto avremmo voluto e si precipita. Nove giorni poi basta.

E non aspettiamoci che qualcuno ci salvi, potrebbe non esserci nessuno il decimo giorno.

Fortifica quello che sei e migliorarlo. Rinvigorisci il tuo potere. Rinnova il tuo bagaglio. Proteggi il tuo tesoro. Chi sa guardare, già lo vede.


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