Il mondo alla fine del mondo

Antartica, anno 2457

Non sappiamo esattamente quanti siamo.

L’ultimo censimento parla di poco più di un milione di persone, ma alcune comunità costiere continuano a non partecipare alle rilevazioni e nell’interno esistono piccoli insediamenti che comunicano con noi soltanto poche volte l’anno.

Diciamo un milione.

Un milione di esseri umani su un pianeta che, quattro secoli fa, ne ospitava quasi undici miliardi.

Siamo pochi.

Ma siamo ancora qui.

Scrivo da Antartica, l’ultima grande regione abitata della Terra.

Il nome non è nuovo. Nel mondo antico la chiamavano Antartide. Era una terra enorme sepolta sotto chilometri di ghiaccio, battuta da venti feroci, con temperature che nell’interno potevano scendere sotto gli ottanta gradi sotto zero.

Oggi una parte di quel ghiaccio non esiste più.

Dalla finestra vedo montagne scure, vegetazione bassa, acqua e, più lontano, il mare. Nelle giornate limpide si distinguono ancora le grandi distese bianche dell’interno.

Quello è ciò che rimane del vecchio continente.

Noi viviamo dove un tempo vivere sarebbe stato quasi impossibile.

È curioso.

Abbiamo dovuto distruggere il mondo per trovare casa nell’ultimo posto in cui avremmo pensato di cercarla.

Tutto cominciò negli ultimi anni Venti del XXI secolo.

O forse era cominciato molto prima.

Le guerre non iniziano quando viene sparato il primo colpo. Crescono lentamente nelle decisioni, nelle paure, nelle ingiustizie, nelle parole ripetute abbastanza a lungo da sembrare vere.

Gli uomini di allora avevano costruito qualcosa di straordinario.

Potevano comunicare istantaneamente da una parte all’altra del pianeta, attraversare un oceano in poche ore, curare malattie che per millenni avevano ucciso milioni di persone. Avevano mandato sonde oltre i confini del sistema solare e strumenti sulla superficie di altri mondi.

Eppure non avevano ancora imparato a vivere insieme.

La ricchezza cresceva e contemporaneamente si concentrava.

La finanza aveva assunto dimensioni enormi rispetto all’economia reale che avrebbe dovuto rappresentare. Immense quantità di denaro venivano create, spostate e distrutte senza che dietro vi fossero necessariamente campi coltivati, oggetti costruiti o servizi realmente prodotti.

Una parte sempre più piccola della popolazione controllava una parte sempre maggiore delle risorse.

Sarebbe comodo dare la colpa soltanto a loro, ai banchieri, alle mutinazionali, ai governi, ai ricchi, alle lobby delle armi…

Ebbero responsabilità enormi.

Ma gli archivi raccontano una storia diversa.

Lo stesso meccanismo esisteva dappertutto.

Chi possedeva molto cercava di possedere ancora di più. Chi possedeva poco cercava qualcuno che possedesse meno.

Le dimensioni cambiavano.

Il principio no.

L’accumulo era diventato una misura del successo.

Possedere significava esistere.

Le famiglie cominciarono a indebolirsi. Le comunità si disgregarono. Milioni di persone lasciarono le regioni più povere cercando una possibilità altrove, mentre le grandi strutture produttive si spostavano continuamente verso luoghi dove il lavoro costava meno.

Per qualche tempo sembrò funzionare.

Le merci costavano poco.

I mercati crescevano.

Gli indici salivano.

Gli schermi dicevano che il mondo diventava ogni giorno più ricco.

Stranamente, sempre più persone si sentivano ogni giorno più povere.

I paesi che nei decenni precedenti avevano accumulato ricchezza riuscirono a resistere più a lungo. Consumavano lentamente ciò che le generazioni precedenti avevano costruito.

Poi anche quello cominciò a finire.

La globalizzazione, nata con la promessa di unire il pianeta, aveva creato dipendenze enormi. Una fabbrica poteva trovarsi a migliaia di chilometri dal luogo in cui i suoi prodotti venivano utilizzati. Un alimento attraversava mezzo mondo prima di raggiungere una tavola. Un componente minuscolo prodotto in una sola regione poteva fermare intere industrie dall’altra parte del pianeta.

Era una macchina gigantesca.

E funzionava soltanto finché tutti gli ingranaggi continuavano a girare.

Poi alcuni si fermarono.

Crisi economiche, migrazioni, scarsità di materie prime, rivolte sociali, guerre regionali, collasso di alcuni Stati.

Una cosa alimentava l’altra.

Le democrazie divennero progressivamente più autoritarie. I governi dissero che era necessario per garantire la sicurezza.

Le popolazioni accettarono perché avevano paura.

Poi arrivò la Grande Guerra.

Nei vecchi archivi compare spesso il nome di uno scienziato vissuto nel secolo precedente.

Albert Einstein.

Gli attribuivano una frase.

Gli chiesero con quali armi sarebbe stata combattuta la Terza guerra mondiale.

Rispose che non lo sapeva.

Ma aggiunse che la quarta sarebbe stata combattuta con pietre e bastoni.

Non sappiamo nemmeno se pronunciò quelle parole esattamente così.

Sappiamo però che aveva capito qualcosa.

La Terza guerra mondiale arrivò.

E nessuno la vinse.

Le prime detonazioni furono su obiettivi militari.

Poi furono colpite le città.

Poi nessuno riuscì più a fermare la sequenza.

In poche ore il mondo costruito in migliaia di anni cambiò per sempre.

Morirono miliardi di persone.

Altri miliardi morirono nei mesi e negli anni successivi.

Le esplosioni furono soltanto l’inizio.

Gli incendi sollevarono nell’atmosfera quantità immense di fuliggine. La luce solare diminuì. Le temperature crollarono. I raccolti fallirono.

Arrivò la fame.

Poi le epidemie.

Poi le radiazioni.

Poi gli uomini…. diventarono…bestie.

Gli archivi di quel periodo sono frammentari, ma raccontano cose che ancora oggi facciamo fatica a leggere.

Comunità che si massacravano per un deposito di cereali.

Bambini abbandonati.

Intere città morte.

Cannibalismo.

Il pianeta aveva quasi undici miliardi di abitanti.

Qualche decennio dopo ne rimanevano probabilmente pochi milioni.

Nessuno conosce il numero esatto.

E non era ancora finita.

Nelle regioni meno colpite nacquero nuove comunità. Per qualche anno sembrò possibile ricominciare.

Ma gli uomini ricostruirono ciò che conoscevano.

Gruppi più organizzati accumularono risorse. Chi controllava energia, acqua, cibo e armi acquistò potere. Altri uomini finirono per dipendere da loro.

Cambiarono i nomi.

Cambiarono le bandiere.

Il vecchio meccanismo tornò.

Finché arrivarono le ribellioni.

Anche quelle comunità crollarono.

Questa volta definitivamente.

…..

Quando le polveri cominciarono lentamente a lasciare l’atmosfera, il Sole tornò.

Il raffreddamento provocato dalla guerra diminuì progressivamente e tornarono a prevalere processi climatici già iniziati prima del conflitto.

Il pianeta riprese a scaldarsi.

Gli oceani accumularono calore.

Le grandi calotte glaciali arretrarono.

Ci vollero secoli.

Le mappe cambiarono.

Molte città costiere finirono sott’acqua. Altre vennero inghiottite dalle foreste, dai deserti o semplicemente dal tempo.

E all’estremo sud accadde qualcosa.

Il ghiaccio cominciò a liberare la terra.

Prima piccole fasce costiere.

Poi vallate.

Poi regioni sempre più vaste.

L’interno rimase bianco.

Lo è ancora oggi.

I primi uomini arrivarono qui quasi per caso.

Erano poche migliaia.

Venivano da luoghi diversi. Parlavano lingue diverse.

Non possedevano vere navi.

Possedevano relitti.

Pezzi di imbarcazioni recuperati nei vecchi porti, motori riparati decine di volte, vele costruite con qualsiasi materiale fosse ancora utilizzabile.

Misero insieme quello che avevano.

E attraversarono il mare.

Non cercavano una nuova civiltà.

Cercavano semplicemente un posto dove non morire.

Lo trovarono qui.

Le ondate continuarono negli anni successivi.

E sulle navi non arrivarono soltanto uomini.

Arrivò il vecchio mondo.

Computer inutilizzabili, hard disk, libri,strumenti medici, componenti elettronici,pannelli solari, motori, microscopi, semi,opere d’arte,
archivi e molto altro.

Milioni di frammenti di una civiltà scomparsa.

Molti non funzionavano.

Ma un oggetto rotto può ancora raccontare come è stato costruito.

E un libro non ha bisogno di elettricità.

Per generazioni studiammo quelle reliquie.

Non volevamo ricostruire il vecchio mondo.

Quello aveva già dimostrato dove sapeva arrivare.

Volevamo capire quanto di buono avesse scoperto e quanto di stupido avesse fatto con quelle scoperte.

Tra gli archivi comparvero ricerche abbandonate, intuizioni rimaste senza applicazione e studi che il vecchio sistema non aveva sviluppato.

Alcuni erano stati ostacolati da interessi economici.

Altri semplicemente erano arrivati troppo presto.

Fra quei nomi ne ricorreva uno.

Nikola Tesla.

Non aveva scoperto una fonte magica di energia infinita. Aveva però aperto strade straordinarie nello studio dell’elettricità, dei campi elettromagnetici e della trasmissione dell’energia.

Ripartimmo anche da lì.

Ci vollero generazioni.

Oggi le torri energetiche di Antartica distribuiscono energia attraverso sistemi che agli uomini del XXI secolo sarebbero sembrati quasi impossibili. La produzione proviene dalla fusione, dalla geotermia profonda, dal Sole e da strutture orbitali.

Per noi l’energia non ha un prezzo.

Come non ha un prezzo la luce.

La medicina seguì lo stesso percorso.

Genetica.

Immunologia.

Biologia sintetica.

Rigenerazione cellulare.

Nanotecnologie.

Conoscenze che un tempo appartenevano a laboratori diversi vennero finalmente studiate insieme.

Non esistevano brevetti.

Non esistevano aziende concorrenti.

Una scoperta apparteneva a tutti.

Oggi possiamo prevenire o curare quasi tutte le malattie conosciute.

Ma la scoperta più importante riguardò qualcosa che gli uomini studiavano da migliaia di anni.

Se stessi.

Le antiche religioni parlavano di illuminazione.

I mistici di unione.

I filosofi dell’essere.

I meditatori osservavano la mente.

Gli scienziati studiavano il cervello.

Per secoli avevano guardato lo stesso mistero da finestre differenti.

Noi cominciammo ad aprire le porte fra quelle stanze.

Oggi ogni bambino di Antartica impara a leggere e scrivere.

Impara matematica, storia, scienze.

Ma impara anche a osservare i propri pensieri.

La paura, la rabbia, il desiderio, l’ego.

Non abbiamo eliminato queste cose.

Siamo uomini.

Abbiamo semplicemente smesso di fingere che non esistano.

Non abbiamo governi nel significato che quella parola possedeva un tempo.

Non abbiamo classi sociali.

Non abbiamo religioni organizzate.

Non abbiamo denaro.

Non perché qualcuno lo abbia proibito.

A un certo punto ha semplicemente smesso di servire.

L’energia è disponibile per tutti. La produzione essenziale è quasi completamente automatizzata. La materia viene recuperata e riutilizzata.

Cibo, abitazione, istruzione e cure appartengono alla condizione stessa di essere uomini.

Esiste una responsabilità.

Contribuire.

Non chiediamo ai nostri figli:

«Che lavoro vuoi fare?»

Chiediamo:

«Che cosa puoi portare?»

Qualcuno coltiva.

Qualcuno costruisce.

Qualcuno studia.

Qualcuno cura.

Qualcuno insegna.

Qualcuno dipinge.

Qualcuno passa metà della propria vita osservando un fiore.

E va bene così.

Abbiamo impiegato migliaia di anni per capire una cosa piuttosto semplice.

Un essere umano dà il meglio di sé quando può diventare ciò che è.

Alcuni sono arrivati ancora più avanti.

Li chiamiamo Illuminati.

Il nome, a quanto pare, non piace neppure a loro.

Non comandano.

Non possiedono privilegi.

Non impartiscono ordini.

Vengono ascoltati.

Hanno raggiunto una conoscenza di sé e del proprio organismo che ancora oggi comprendiamo soltanto in parte. Alcuni riescono a rallentare

enormemente il metabolismo e a modificare la propria percezione del tempo.

Per questo sono diventati anche esploratori.

Siamo tornati sulla Luna.

Abbiamo raggiunto Marte.

Utilizziamo le risorse degli asteroidi e abbiamo stazioni automatiche nel sistema solare esterno.

Abbiamo nuovamente alzato gli occhi.

Questa volta, però, prima di conquistare altri mondi abbiamo provato a conoscere quello che portavamo dentro.

Forse è stata questa la nostra più grande scoperta.

A volte guardo Antartica e penso che siamo stati bravi.

Poi penso a quanto ci è costata questa bravura e cambio idea.

Abbiamo energia.

Abbiamo sconfitto quasi tutte le malattie.

Nessun bambino nasce già debitore del mondo nel quale è venuto alla luce.

Nessuno deve conquistarsi il diritto di mangiare, avere una casa o essere curato.

Non abbiamo eserciti.

Non abbiamo mercati da conquistare.

Abbiamo persino ricominciato a guardare le stelle.

Dovremmo esserne fieri.

Eppure c’è una domanda che mi accompagna da anni.

Era davvero necessario?

Era necessario uccidere quasi tutta l’umanità per capire che potevamo vivere diversamente?

Servivano città incenerite?

Servivano miliardi di morti?

Servivano la fame, le radiazioni, generazioni intere nate dentro un mondo distrutto?

Possibile che per imparare a essere uomini abbiamo dovuto quasi smettere di esistere?

Non riesco ad accettarlo.

Allora qualche volta faccio un gioco.

Prendo la storia e torno indietro.

Fino ai primi decenni del XXI secolo.

Fino a voi.

Tolgo una cosa.

La Grande Guerra.

Nessuno preme il pulsante.

Le città rimangono in piedi.

I bambini continuano ad andare a scuola.

Gli aerei continuano a volare.

La gente continua a innamorarsi, litigare, lavorare, fare la spesa, perdere autobus, festeggiare compleanni.

Il mondo continua.

E qualcosa comincia a cambiare.

All’inizio sono pochi.

Un uomo si domanda perché debba trascorrere quasi tutta la propria esistenza facendo qualcosa che detesta

per potersi permettere di vivere nelle poche ore che gli rimangono.

Un altro si domanda perché una società capace di produrre cibo per miliardi di persone accetti ancora che qualcuno muoia di fame.

Uno scienziato si chiede perché una scoperta capace di migliorare la vita debba appartenere a qualcuno e non all’umanità.

Un medico condivide una ricerca poi due poi mille.

Un imprenditore comprende che guadagnare cento volte più dei propri lavoratori non lo rende cento volte più utile

e non lo rende un uomo migliore..

Un uomo guarda la grande casa che ha comprato e si accorge che dentro quella casa continua a sentirsi vuoto.

Una donna spegne uno schermo e torna a parlare con suo figlio.

Piccole cose.

Nessuna rivoluzione.

Forse è proprio questa la rivoluzione.

Perché quelle del vecchio mondo avevano quasi sempre cercato qualcuno da abbattere.

Un re.

Una classe.

Un governo.

Un sistema.

Cambiavano quelli che stavano sopra.

Qualche volta cambiavano le bandiere.

Poi lentamente ricominciava tutto.

Questa volta gli uomini fanno qualcosa di diverso.

Cominciano da se stessi.

E quando cambiano abbastanza persone, il mondo non riesce più a rimanere quello di prima.

Il denaro continua a esistere.

Ma smette lentamente di essere la misura di ogni cosa.

La tecnologia continua a svilupparsi, ma prima di introdurne una nuova qualcuno comincia a domandare:

Serve all’uomo o serve a renderlo dipendente?

Poi arriva l’automazione.

Le macchine sostituiscono milioni di lavoratori.

All’inizio tutti hanno paura.

Poi qualcuno si accorge dell’assurdità.

Per migliaia di anni l’uomo aveva inventato macchine per liberarsi dalla fatica

e ogni volta che una macchina riusciva davvero a farlo temeva di perdere il lavoro.

Le macchine potevano produrre ciò che serviva.

Gli uomini potevano finalmente avere tempo.

E avevano costruito un sistema nel quale il tempo liberato dalle macchine diventava disoccupazione e povertà.

Cambiano quello.

Gradualmente il diritto all’esistenza viene separato dall’obbligo di vendere il proprio tempo.

Mangiare non è un premio.

Curarsi non dipende dal conto in banca.

Avere un tetto non richiede trent’anni di paura.

La produzione automatizzata aumenta.

Le ore di lavoro diminuiscono.

Molti mestieri scompaiono.

Ne nascono altri.

Ma soprattutto ritorna qualcosa.

Il tempo.

Tempo per crescere un figlio.

Tempo per leggere.

Tempo per imparare.

Tempo per amare.

Tempo per stare con qualcuno senza uno schermo davanti.

Tempo persino per non fare niente.

E all’inizio fa paura.

Perché quando un uomo smette di correre rischia di incontrare se stesso.

Forse era proprio quello l’incontro che l’uomo del XXI secolo aveva cercato di evitare più di ogni altro.

Cambia la scuola.

I bambini continuano a studiare matematica, storia, scienze e lingue.

Ma imparano anche qualcosa che per millenni era stato lasciato al caso.

Imparano a riconoscere la paura.

La rabbia.

Il desiderio.

La frustrazione.

Imparano che un pensiero non diventa vero soltanto perché è comparso nella loro testa.

Imparano ad ascoltare.

A discutere senza dover vincere.

A perdere.

A chiedere scusa.

A stare in silenzio.

E quei bambini crescono.

Diventano medici, ricercatori, tecnici, insegnanti, artisti.

Qualcuno entra anche in politica.

Ma trova una società diversa ad aspettarlo.

Una società che non cerca più qualcuno al quale consegnare le proprie paure.

La politica cambia perché sono cambiati gli uomini che dovrebbe governare.

L’economia cambia con loro.

Accumularne infinitamente la ricchezza perde progressivamente significato in una società nella quale l’essenziale è garantito

e le macchine producono gran parte di ciò che serve.

Anche il prestigio cambia.

Un tempo gli uomini mostravano ciò che possedevano.

Poi cominciano a mostrare ciò che sanno fare.

Infine qualcuno smette anche di mostrarlo.

La scienza accelera.

Non perché gli scienziati siano improvvisamente diventati più intelligenti.

Perché hanno cominciato a condividere davvero.

Energia, medicina, genetica, fisica e agricoltura vengono progressivamente sottratte alla competizione

quando riguardano bisogni fondamentali dell’umanità.

Le nazioni rimangono.

Le culture rimangono.

Le lingue rimangono.

Le tradizioni rimangono.

Nessuno deve diventare uguale a qualcun altro.

Ma i confini perdono lentamente la loro funzione militare.

Gli eserciti diventano sempre più piccoli.

Poi inutili.

Le ultime armi nucleari vengono smantellate.

Una dopo l’altra.

Nessuno festeggia particolarmente quel giorno.

E’ questa la parte migliore.

Perché significa che vivere senza la possibilità di distruggersi è diventato normale.

Passano i decenni.

Poi i secoli.

Ed eccoci nuovamente qui.

Energia disponibile per tutti.

Malattie quasi completamente sconfitte.

Tecnologia al servizio dell’uomo.

Denaro ormai inutile.

Nessuna classe dominante.

Nessun essere umano costretto a vendere metà della propria vita per meritarsi l’altra metà.

Una civiltà che esplora il sistema solare.

Una specie che finalmente ha cominciato a esplorare anche se stessa.

Quasi Antartica.

C’è soltanto una differenza.

Londra esiste ancora.

Roma esiste ancora.

New York esiste ancora.

Tokyo esiste ancora.

L’Africa è piena di città, bambini, foreste, deserti e uomini.

Undici miliardi di esseri umani non sono diventati cenere.

Sono diventati antenati.

Mi piace questo futuro.

Naturalmente non è quello che è successo.

Noi siamo figli dell’altro.

Quello stupido.

Quello che ha avuto bisogno di distruggere tutto per capire.

Eppure ogni volta che immagino l’altra strada arrivo alla stessa conclusione.

Gli uomini del XXI secolo possedevano già quasi tutto ciò che serviva per cominciare.

Avevano conoscenza.

Avevano tecnologia.

Avevano risorse.

Avevano comunicazioni capaci di unire il pianeta.

Avevano libri scritti da uomini vissuti migliaia di anni prima che continuavano a ripetere loro le stesse cose.

Forse avevano persino il tempo.

Aspettavano che cambiasse la politica.

Che cambiasse l’economia.

Che cambiassero i ricchi.

Che cambiassero i poveri.

Che cambiassero gli altri.

Aspettavano sempre qualcuno.

Noi abbiamo imparato troppo tardi che il mondo non è qualcosa che esiste fuori dagli uomini.

Il mondo sono gli uomini.

E allora mi rimane una domanda.

Probabilmente è inutile.

Le persone alle quali vorrei rivolgerla sono morte da quattro secoli.

Ma qualche volta mi piace immaginare che queste parole possano attraversare il tempo e arrivare fino a loro.

Fino a voi.

E se potessi davvero mandarvi un messaggio, non vi racconterei come costruire le nostre torri energetiche.

Non vi manderei le formule delle nostre cure.

Non vi spiegherei come raggiungiamo Marte.

Quelle cose le scoprireste comunque.

Vi direi soltanto questo:

non aspettate la fine del mondo per costruirne uno nuovo.

Perché noi ce l’abbiamo fatta.

Ma abbiamo pagato un prezzo che nessuna civiltà dovrebbe mai essere costretta a pagare.

E la cosa più terribile è aver scoperto, alla fine di tutto, che forse non era necessario.


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