Teti

Ritroviamo la dea Teti, la stessa che avevamo incontrato nel mito di Efesto, ma questa volta in altra veste, quella di madre. Ci chiediamo: cosa avrebbe potuto fare per proteggere l’amato figlio? Come e quanto possiamo fare per proteggere chi amiamo? Cosa rappresenta per noi prendersi cura di un’altra persona?

Ogni donna per natura e per emozioni, e solo poi per cultura, è spinta dal senso di protezione nei confronti dei figli e in generale verso coloro che ama. Proteggere significa letteralmente offrire, o essere, il supporto affidabile allo scopo di scongiurare un pericolo, fisico o emotivo. In un rapporto madre figlio, se la madre adotta una protezione sana porterà il figlio a crescere sicuro delle proprie capacità e in autonomia. Viceversa creerà insicurezza e quindi continua dipendenza. In altri tipi di relazioni l’eccessiva protezione potrebbe generare senso di oppressione e controllo, se invece il supporto è reciproco potrebbe dar vita a una collaborazione profonda, basata sulla comprensione e accettazione delle fragilità dell’altro. Ma il proteggere potrebbe anche nascere dalla propria necessità di rassicurazione: proteggendo chi amiamo crediamo di salvaguardare anche il nostro amore, soddisfiamo il nostro bisogno di verificare e avere conferme, credendo quindi di evitare dispiaceri e dolori; ci consideriamo forti e capaci più dell’altro e mettiamo in atto tutto ciò che riteniamo sia in grado di mantenere quell’equilibrio fonte di sicurezza.

Ma quale differenza c’è fra proteggere e prendersi cura?

Teti è una Nereide, una ninfa del mare, desiderata sia da Zeus che da Poseidone. Come per Metis, dea dell’intelligenza, una profezia avvertiva che il figlio che avrebbe generato sarebbe stato destinato a superare il padre. Per questo Zeus e Poseidone rinunciarono, la contesa fu abbandonata, e Teti fu data in sposa a Peleo, re di Ftia. Peleo non conquistò facilmente Teti e dovette inseguirla a lungo e con fatica perché lei, trasformandosi in acqua, fuoco, leone e serpente, tentò in ogni modo di sfuggirgli.

Da quella, alfine inevitabile unione, nacque Achille.

Teti per propria indole era portata all’accudimento, al prendersi cura degli indifesi: lo ha dimostrato accogliendo Efesto e crescendolo per nove anni. Con Achille diventa madre e come tale sperimenta l’istinto di protezione tipico di ogni donna. Ma lo diventa nel modo più crudele possibile. Sa che davanti ad Achille si aprono due destini: restare a Troia, combattere con valore e gloriosamente morire oppure lasciare la città, vivere a lungo ma nell’oblio. Lei però sa quale sarà il destino del figlio e da quel momento ha inizio la sua battaglia, persa in partenza ma combattuta lo stesso.

L’epilogo era già chiaro fin dal giorno delle nozze quando Eris, dea della discordia, per ripicca al non essere stata invitata al banchetto, getta fra le dee il pomo d’oro destinandolo alla più bella e generando una lite furibonda. È qui che si innesca tutto: la contesa fra Era, Atena e Afrodite; il giudizio di Paride che sceglierà il dono di Afrodite ovvero l’amore di Elena, la donna più bella al mondo; il rapimento dal letto di Menelao; lo scatenarsi della guerra di Troia.

Teti inoltre teme la parte umana di Achille, quella ereditata dal padre, la parte mortale, quella vulnerabilità. Apollonio Rodio ci racconta come tenterà di eliminarla, ungendo il piccolo di ambrosia e passandolo poi sul fuoco. Un tipo di protezione che non può non apparire paradossale: da una parte l’ambrosia nutre, dall’altra il fuoco distrugge. Quando Peleo se ne accorge le toglie il bambino e Teti torna negli abissi. La versione più conosciuta la racconta invece Stazio e narra che Teti proverà a dare l’immortalità ad Achille immergendolo nelle acque dello Stige, fiume degli inferi e sacro agli dei, tenendolo solo per un tallone. Quel tallone diventerà il punto debole del figlio e lei lo sa.

Anche da lontano Teti continuerà a tentare di proteggerlo: lo nasconde a Sciro, travestito da ragazza, ma neppure questo impedirà ad Achille di andare incontro al suo destino. Chiederà allora ad Efesto di costruire un’armatura invincibile, quella che sarà contesa da Ulisse e Aiace dopo la sua morte. Teti avrebbe potuto chiedere oltre all’elmo e alla corazza anche dei calzari ma non lo fa. Non lo fa perché ormai ha capito.

Neppure una dea è in grado di prevenire la morte di un uomo, ogni suo sforzo di protezione fallisce, finché non comprende che donandogli quella armatura è proprio lei ad accompagnarlo verso la guerra, con quell’ ultimo sguarnito scudo.

Detto questo, quale considerazione possiamo trarre? Che nonostante il nostro attaccamento, i nostri sforzi e la nostra costanza, niente potrà impedire a qualcuno di lasciarci, figlio o amante che sia. Come la dea non può se non tenere per il tallone il figlio, così non esiste un abbraccio tanto grande da avvolgere tutto e da scongiurare il distacco.

Ma qual è il motivo, la necessità quindi, che ci porta ad essere tanto, troppo, protettivi? Non facciamo l’errore di scambiare la protezione anche come uno scudo per salvaguardare noi stessi. Iniziamo a prenderci cura della persona, di noi e della relazione, di qualsiasi genere essa sia. Doniamo quella parte che è difficile da dare, perché fa male, perché mostra la nostra fragilità. Se riuscissimo a far comprendere che ci siamo anche per accogliere, forse quel qualcuno non se ne andrà ma continuerà ad avere bisogno di noi, non per essere protetto ma per essere ascoltato, compreso.Amare vuol dire certamente proteggere ma anche lasciare liberi, insegnare anche a fare a meno del nostro supporto; restare il punto, il luogo sicuro senza incatenare, senza rendersi indispensabili. Se impariamo ad essere il faro illumineremo per sempre il loro orizzonte.


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Una risposta a “Teti”

  1. Avatar IGS

    Ho apprezzato molto questo articolo, perché dentro ci ritrovo pienamente lo spirito di IGS. Prende un mito antico, lo porta nel presente e, quasi senza accorgercene, ci costringe a guardarci dentro. Mi resta soprattutto l’immagine del faro. Essere presenti nella vita di qualcuno senza pretendere di diventarne il porto obbligatorio. Illuminare, esserci, ma lasciare all’altro la libertà di scegliere la propria rotta, persino quella che non avremmo scelto per lui. Credo sia una delle forme più difficili dell’amore, perché richiede di mettere da parte anche una parte di noi stessi e delle nostre paure. Grazie L’ Aliberta*.

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