Fino a che punto arriva la nostra libertà?

Non so se sia giusto parlare di questo. È qualcosa di personale e chi segue il blog sa bene che non è nel mio stile. Non mi piace mettermi al centro del discorso e non lo faccio volentieri.

Oggi però faccio uno strappo alla regola.

A spingermi è stata una conversazione con una persona a cui voglio bene, che con molta schiettezza mi ha fatto alcune osservazioni che considero giuste e che hanno suscitato in me alcune domande.

Fino a che punto arriva la nostra libertà? Fino a che punto il nostro tempo appartiene soltanto a noi? E fino a che punto è lecito voltarsi dall’altra parte e rifugiarsi in attimi di leggerezza?

Perché la leggerezza è necessaria. Lo è davvero.
Il problema è che, almeno per me, non è sempre semplice.
No, non mi considero diverso. La parola “diverso” fa pensare a qualcuno che vive fuori dal mondo, chiuso in una realtà tutta sua. Io non mi sento così. Vivo in questo mondo come tutti gli altri,
semplicemente ho una sensibilità più accentuata.
Che poi, a pensarci bene, diverso da cosa?


Quello che vedo spesso non mi piace. E già questa, se ci pensate, non è una cosa da poco.

Alcune persone riescono a chiudere il rubinetto del sentire. Io no.
E come me ce ne sono molte altre.

Dentro di me c’è un flusso continuo di sensazioni, percezioni e domande. A volte così intenso da togliere il respiro.

Qualcuno immagina che persone del genere passino le giornate immerse in pensieri esistenziali. In realtà è il contrario.

Amo il sarcasmo. Amo ridere. Amo scherzare. Amo parlare di sciocchezze.
Ma non riesco a voltarmi dall’altra parte.

C’è sempre una parte di me che resta in ascolto. Un’antenna puntata verso qualcosa che sento necessario. Può sembrare una condanna, in realtà è il mio modo di stare al mondo.

Quando sei sintonizzato su certe frequenze, però, non sempre arrivano suoni rassicuranti.

Non sto dicendo di essere speciale. Sto dicendo che , in un mondo dove spesso l’intrattenimento ha preso il posto del valore, sarebbe il caso di fermarsi ogni tanto a riflettere.

Cercare momenti di svago è sano.

Cercare leggerezza è umano.

Staccare la spina serve.

Ma quando tutto questo diventa l’unico orizzonte? Quando il divertimento smette di essere una pausa e diventa una ragione di vita?

Io non credo che l’universo abbia costruito questa immensa esperienza chiamata esistenza soltanto per inseguire il prossimo aperitivo, la prossima festa o la prossima distrazione.

Credo che ci sia qualcosa di più profondo da cercare.

Quando sei fatto così, quando senti il mondo in modo profondo, alla fine ti ritrovi spesso solo con i tuoi pensieri. Non per abbandono ma per fatica… fatica ad aprirti davvero.

Molte cose le tieni dentro. Le elabori in silenzio. Le mastichi per giorni, settimane, mesi, finendo per lasciare fuori una parte di te.

Cerchi momenti di solitudine e poi, paradossalmente, ti lamenti di essere solo. Ma quella solitudine ti serve. È il luogo dove rimetti insieme i pezzi.

A forza di vivere in questo modo rischi di non riconoscere chi ti assomiglia. Eppure la vita la cerchi anche tu, la desideri come tutti.

Solo che la vita che stai cercando spesso non assomiglia a quella che viene venduta nelle pubblicità.

Non è fatta soltanto di resort, crociere, aperitivi vista mare, centri benessere e fotografie perfette.

È fatta soprattutto di ricerca,di domande, di incontri, di esperienze
che ti riportano sempre lì, verso ciò che sei davvero.

Sto dicendo di non andare in vacanza?
Assolutamente no.
Sto dicendo di andarci.
Ma non per scappare dalla vita.
Per incontrarla.
Viaggiare può essere una delle forme più belle di ricerca.
Dipende dallo spirito con cui parti.
Se viaggi soltanto per collezionare fotografie, tornerai con una galleria piena e poco altro.
Se viaggi per cercare, tornerai diverso.
Non migliore, più consapevole.

Un altro problema, forse il più grande è che stiamo perdendo l’empatia.

Vai bene se sei leggero.
Vai bene se intrattieni.
Vai bene se non crei disagio.

Diventi scomodo quando porti una domanda difficile, una riflessione amara, una sofferenza che non può essere liquidata con una battuta.

Molti sono pronti a celebrare la tua allegria.
Pochi sono disposti a condividere il tuo peso.

L’empatia funziona così, richiede tempo, attenzione, presenza e spesso… fa male.
Per questo va coltivata e allenata.
Invece abbiamo scelto sempre più spesso la strada opposta.

Ci raccontiamo che il problema sono i potenti, che esistono persone capaci di decidere il destino del mondo e che ogni colpa appartiene a loro.
Può darsi.
Ma quasi nessuno si domanda come abbiano fatto a diventare così potenti.
La risposta probabilmente non piacerebbe.
Posso soltanto dire una cosa.
Un mondo fatto di persone autentiche, consapevoli ed empatiche sarebbe un mondo difficile da controllare.
Non ci sarebbe spazio per manipolazioni, divisioni costruite a tavolino o interessi travestiti da bene comune.
A questo punto qualcuno penserà che sto parlando di anarchia.
Forse.

Ma non dell’anarchia che siamo abituati a immaginare e che ci hanno insegnato e indottrinato fin da piccoli: anrchia = caos e disordine.
L’anarchia come massima espressione della responsabilità individuale.
Un luogo in cui le persone fanno la cosa giusta non perché obbligate da una legge, ma perché hanno compreso che il bene dell’altro coincide anche con il proprio.
Un’utopia?
Probabilmente sì.
Ma ogni cambiamento reale è nato da qualcuno che ha avuto il coraggio di immaginare un mondo diverso da quello che aveva davanti agli occhi.

È per questo che continuo a pensare che il vero cambiamento non passi dai palazzi del potere, dalle ideologie o dalle bandiere.
Passa dalle persone.
Da me.
Da te.
Da chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte.
Da chi sceglie di coltivare empatia invece che indifferenza.
Da chi prova a comprendere invece che giudicare.
Da chi tende una mano invece di approfittarsi della debolezza altrui.


Il problema di fondo non è mai stato il sistema ma il livello di coscienza delle persone che lo abitano.
Se cambia quello, cambia tutto il resto.
Se non cambia quello, possiamo sostituire governi, partiti, leggi, modelli economici e perfino intere civiltà, ma finiremo sempre per ricreare gli stessi meccanismi sotto nomi diversi.


La rivoluzione più grande non è conquistare il mondo.

La rivoluzione più grande è diventare il tipo di persona che vorremmo incontrare più spesso lungo il cammino.

Dopo questo lungo e aggrovigliato discorso cerchiamo dunque di dare una risposta alle domande iniziali.

Allora, fino a che punto arriva la nostra libertà?

Probabilmente fino al punto in cui le nostre scelte non iniziano a renderci ciechi davanti agli altri.

Fino a che punto il nostro tempo appartiene soltanto a noi?

Forse mai completamente. Perché viviamo immersi nelle vite degli altri, che lo vogliamo o no. Ogni gesto, ogni parola, ogni indifferenza lascia una traccia.

E fino a che punto è giusto rifugiarsi nella leggerezza?

Sempre, quando serve a respirare.

Mai, quando serve a non vedere.

La leggerezza è una pausa. Non dovrebbe diventare una fuga permanente.

Non c’è nulla di sbagliato nel ridere, nel divertirsi, nel cercare momenti belli. Sarebbe disumano il contrario. Ma c’è una differenza enorme tra usare la leggerezza per ricaricare le energie e usarla per anestetizzare la coscienza.

Non siamo obbligati a scegliere tra il sentire e il vivere, possiamo fare entrambe le cose. Continuare a ridere senza diventare superficiali. Continuare a sentire senza diventare disperati. Continuare ad amare la vita senza fingere che il dolore del mondo non esista.

Una persona davvero viva non è quella che si porta addosso tutto il peso del mondo.

Ma nemmeno quella che fa finta che quel peso non esista.


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