In Ritardo

In ritardo,
è un racconto scritto a quattro mani con un’amica… o forse no.
Una piccola storia nata da un incontro casuale… o forse no.

Di sicuro però è l’inizio di una collaborazione con una persona vera, dalla penna viva, con quella rara voglia di scrivere che non cerca solo parole, ma significati. Pagine di vita attraversate dalla spiritualità, dalla fragilità umana e dalla saggezza antica dei miti greci (e non solo), usati non come favole lontane ma come specchi in cui continuare a guardarci dentro.

Nasce così una nuova rubrica del Blog del Guerriero: l’aliberta*.
Un nome che sa di volo, di vento, di libertà.
Ma anche di qualcosa di più profondo: mettere le ali alla propria libertà interiore.

Perché a volte non serve sapere esattamente dove stai andando.
Serve solo trovare il coraggio di partire.

E forse è proprio nei ritardi, negli imprevisti, negli incontri sospesi tra una partenza e l’altra, che la vita smette di essere soltanto attesa… e comincia finalmente a parlare.


IN RITARDO


Lei piega una maglietta, poi la riapre. Non perché non sia piegata bene, ma perché non è convinta di portarla davvero.
Sul letto di casa sua a Firenze ci sono più dubbi che vestiti.
Ogni oggetto che entra nello zaino sembra fare una domanda:
“Mi servirà davvero… o sto solo occupando spazio?”
Sorride, ma è uno di quei sorrisi a metà.
Non è il viaggio che la spaventa. È il silenzio che troverà dentro.
Il cammino del pescatore… lo ha scelto così, quasi per caso. O forse no.
Forse perché lì, davanti al mare, non puoi mentire troppo a lungo.
Chiude gli occhi per un secondo.
Le tornano addosso pezzi di vita: parole non dette, altre dette male, qualcuno che è rimasto, qualcuno che è andato via.
“Viaggio leggero”, si era detta.
E invece pesa più quello che non si vede.
Alla fine la maglietta resta fuori.
La piega bene e la rimette nell’armadio, come se stesse lasciando indietro qualcosa che non le serve più.

Lui, a Lucca, è più veloce.
O almeno sembra.
Apre lo zaino, prende cose, le butta dentro senza pensarci troppo.
Magliette, calzini, una felpa.
Poi si ferma.
Resta lì, con una mano appoggiata sul bordo dello zaino, come se fosse il bordo di qualcosa di più grande.
Il cammino di Santiago.
Non è religioso. Non lo è mai stato davvero.
Eppure c’è qualcosa in quell’idea di camminare che lo ha chiamato forte.
“Vai e basta”, si è detto.
Come se bastasse davvero partire per mettere ordine.
Guarda il telefono. Nessun messaggio.
Meglio così.
Gli viene da ridere, ma senza suono.
“Parto per cercare cosa?”
Non lo sa.
O forse lo sa fin troppo bene, ma non ha ancora il coraggio di dirlo ad alta voce.
Prende una foto da un cassetto. La guarda un attimo.
Non la mette nello zaino.
La rimette dov’era.
“Leggero”, pensa anche lui.
Ma il peso è altrove.

Due città diverse.
Due valigie diverse.
Stessa sensazione: partire non è il difficile… è lasciare.
L’aeroporto non è mai un posto davvero fermo.
Anche quando sei seduto, qualcosa si muove sempre.
Lei è lì da quasi un’ora.
Il tabellone ha cambiato orario due volte, poi ha smesso di promettere.
“Ritardo non definito.”

All’inizio ha sbuffato.
Adesso no.
È seduta con lo zaino tra le gambe, le mani appoggiate sopra, come a tenerlo fermo.
Ogni tanto guarda le persone che passano, ma senza cercare nessuno davvero.
Poi si accorge di lui.
Non subito. Non in modo preciso.
È più una sensazione che uno sguardo.
È seduto qualche posto più in là, stessa posizione, stesso modo di stare un po’ in attesa e un po’ altrove.
Anche lui ha lo zaino tra le gambe.
Anche lui, ogni tanto, guarda il tabellone come se potesse convincerlo a cambiare idea.
Si incrociano gli sguardi per un secondo.
Poi entrambi fanno quella cosa strana: guardano da un’altra parte, come se non fosse successo niente.

Passano altri minuti.
Una voce gracchia qualcosa dagli altoparlanti.
Non si capisce bene.
Qualcuno si alza, qualcun altro impreca piano.
Lei sospira, si lascia andare un po’ sulla sedia.
Lui si passa una mano tra i capelli, scuote leggermente la testa.
Poi, quasi nello stesso momento, si guardano di nuovo.
Questa volta non scappano subito.
C’è un mezzo sorriso, appena accennato.
Non è un invito. Non ancora.
È più un riconoscimento:
“Ok, anche tu sei qui dentro questo piccolo caos.”

Lui è il primo a parlare, ma senza fretta.
“Se continuano così… arriviamo in Portogallo a piedi prima.”
Lei sorride davvero, stavolta.
“Dipende… tu dove vai?”
“Cammino di Santiago.”
Un piccolo silenzio.
Di quelli che non danno fastidio.
Lei inclina appena la testa.
“Io invece il cammino del pescatore.”
Si guardano come se avessero appena scoperto una coincidenza troppo precisa per essere solo caso.
Non dicono niente per qualche secondo.
Non serve.
C’è una cosa che succede, sottile.
Non è entusiasmo. Non è ancora curiosità piena.
È più uno stupore calmo.
Come quando ti accorgi che, in mezzo a mille persone, ce n’è una che…
non sai perché, ma non ti è estranea.

Lui annuisce piano.
“Allora partiamo nello stesso momento… ma in direzioni diverse.”
Lei abbassa lo sguardo sullo zaino, poi torna su.
“O forse no.”

E subito dopo sorride, come se si fosse sorpresa da sola di quella frase.
Non c’è imbarazzo.
Solo quella sensazione nuova, leggera.
Il tabellone cambia di nuovo.
Un altro ritardo.
Ma per la prima volta, a entrambi…
non dà davvero fastidio.

Restano lì, seduti, senza fretta.
A parlare piano.
A scoprirsi un po’, senza cercare davvero di farlo.
Fuori, gli aerei continuano a partire.
Dentro, qualcosa ha appena iniziato.
E la cosa più strana…
è che nessuno dei due
era partito per questo.

———————————————————–

No, non erano partiti per questo e non sapevano di aver lasciato quel qualcosa per questo.
Lei la sua maglia preferita e quella ambigua sensazione di occupare uno spazio non dedicato a lei;
lui una foto e un ricordo difficile da digerire.
Sarebbe stato semplice raccontare tutto, in quell’attesa.
Sciogliere i pensieri, darli in mano ad uno sconosciuto che proprio per questo forse non giudicherà.
Raccontare delle illusioni, dei tentativi faticosi di ascoltati,
dei messaggi mai arrivati e di tutti quelli non scritti.
Dei calzini per non sentire freddo tra le lenzuola, dell’unico piatto da lavare,
di quel divano troppo grande, dei cassetti vuoti dell’armadio.
Si guardavano curiosi ma timidi, sorridevano.
“Cosa volevi dire prima quando hai detto – O forse no?-”.
“Non so, mi è venuto spontaneo pensare che anche se per direzioni diverse,
tu a nord ed io a sud, l’obiettivo sia lo stesso.
Io, dopo aver tanto rincorso, sto scappando e, mentre corro veloce,
mi auguro di perdere a pezzi la corazza e la maschera che ho indossato fino a non riconoscermi più.
Quando finirà questa fuga spero di ritrovare chi sono veramente”.
Lui la guardò dolcemente,
le osservò le mani che mentre parlava agguantavano la maniglia dello zaino e le disse:
“Una sigaretta?”
Uscirono, l’aria s’era fatta fresca ed era ormai sera. Fumarono in silenzio,
come se di nuovo non fosse necessario aggiungere altro.
Il volo era stato cancellato. Forse ce ne sarebbe stato un altro il mattino seguente.
Impensabile tornare a casa.
“Posso offrirti la prima cena?”
“Ma… come la prima cena?”
Lui sorrise: “La prima delle quarantotto che seguiranno!”
Nessuno dei due dubitò che non ci sarebbero state davvero e imboccarono il corridoio illuminato.

L’aeroporto non è fermo ed accoglie tutti, anche chi sta decollando con il cuore più leggero.
Posarono gli zaini a terra e, l’uno accanto all’altro, si distesero.
Lui la guardò, finalmente da vicino, aprì il suo braccio e le offrì la spalla.
Lei accettò quell’abbraccio e sottovoce gli confessò: “Ho paura di volare”.


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