A volte mi capita di ascoltare Gaber la sera tardi… magari con il telefono appoggiato lì da qualche parte mentre faccio altro. E ogni volta ho la stessa sensazione strana: dopo pochi minuti smetto di ascoltare “un artista”. Mi sembra più uno che ragiona ad alta voce.
Non aveva quell’aria da personaggio costruito. Nemmeno quando calcava il palco. Anzi… in certi momenti dava quasi l’impressione di essere uno che si stava osservando mentre parlava. Ed è probabilmente questo che ancora oggi lo rende difficile da mettere da una parte precisa.
Perché Gaber non ti lasciava tranquillo.
Magari ridevi pure… però subito dopo ti restava addosso qualcosa. Una specie di fastidio sottile. Come quando durante una conversazione qualcuno nomina una cosa vera senza girarci troppo intorno e per un attimo cala quel silenzio che nessuno aveva previsto.
Dentro i suoi monologhi ci finiva di tutto: politica, abitudini, coppie, mode, ideali, televisione… ma il bersaglio sembrava quasi sempre lo stesso. Quei piccoli automatismi che ci portiamo addosso senza accorgercene.
Ascoltandolo oggi mi colpisce una cosa più delle altre. Non tanto quello che diceva… quanto il modo in cui sembrava annusare certi comportamenti umani prima ancora che diventassero evidenti.
Quella corsa continua ad assomigliarsi.
A scegliere un gruppo.
A ripetere linguaggi già pronti sentendosi comunque originali.
E fa impressione pensare che molte cose le dicesse decenni fa, senza social, senza questa esposizione continua delle persone. Eppure il meccanismo era già tutto lì.
Quando è moda è moda, per esempio, oggi sembra quasi scritto guardando internet. Gente che trasforma qualsiasi cosa in immagine, posizione, appartenenza. Persino la ribellione a volte sembra uscire in serie.
La cosa che mi ha sempre dato fiducia in Gaber però è un’altra… non parlava mai come uno che si sentiva fuori dal problema. Non faceva il saggio seduto sopra gli altri esseri umani. Dentro quelle contraddizioni sembrava esserci immerso anche lui.
E forse è per questo che risultava credibile.
Non cercava di apparire coerente a tutti i costi. Lasciava entrare dubbi, incoerenze, egoismi… perfino certe piccolezze che normalmente le persone cercano di nascondere per sembrare migliori.
A rivederlo oggi, in mezzo a tutta questa comunicazione perfetta, levigata, immediata… quella sua umanità un po’ nervosa sembra quasi fuori epoca.
Perché adesso siamo abituati a gente che comunica continuamente. Tutti hanno qualcosa da dire, qualcosa da mostrare, qualcosa da difendere. A volte apro certi commenti online e mi sembra di leggere la stessa persona cento volte con nomi diversi.
Con Gaber invece avevo spesso la sensazione opposta.
Che stesse cercando di togliersi di dosso qualcosa invece di aggiungerla.
Ed è probabilmente il motivo per cui ancora oggi mette un leggero disagio. Non perché fosse aggressivo. Ma perché in mezzo alle sue parole, prima o poi, trovavi anche qualche pezzo tuo.
E forse la cosa più affascinante era proprio questa sua capacità di non chiudere mai davvero il discorso.
Anche quando criticava qualcosa… non dava quasi mai l’impressione di voler emettere una sentenza definitiva. Ti accompagnava dentro una sensazione e poi si fermava lì, lasciandoti uno spazio vuoto da riempire da solo.
Nel monologo sull’America si sente tantissimo.
Potrebbe limitarsi a demolire quel mondo: il consumismo, la superficialità, quella specie di cultura esportata ovunque fino quasi a diventare inevitabile. E invece mentre ascolti senti che sotto la critica c’è anche altro. Arrivano momenti più leggeri, quasi affettuosi… certi passaggi musicali ti fanno persino respirare qualcosa di bello.
Ed è lì che il discorso diventa più difficile da rinchiudere dentro “giusto” o “sbagliato”.
Perché Gaber sembra ricordarti continuamente che le cose umane non sono mai completamente pure. Nemmeno quelle che critichiamo. Dentro una cultura capace di appiattire tutto possono nascere anche musica, cinema, immagini, emozioni vere. Pezzi di vita che in qualche modo ci entrano dentro davvero.
E lui questa ambiguità non la nascondeva. La lasciava vivere.
Forse è anche per questo che ancora oggi non sembra uno che parlava “contro” qualcosa. Sembrava più uno che provava a guardare le persone senza addormentare la complessità per stare più comodi.
E sinceramente… credo sia una delle cose più rare che possano fare un artista o un essere umano.
Ed è proprio qui che Gaber veste i panni del Guerriero Silenzioso.
Non perché avesse risposte speciali.
E nemmeno perché si mettesse in posa da uomo “risvegliato”. Anzi… più lo ascolti e più ti accorgi che diffidava proprio di chi si sente arrivato.
Un Guerriero Silenzioso non è uno che urla contro il mondo dalla cima di una certezza. È uno che continua a osservarsi anche mentre parla degli altri. Uno che prova a restare sincero senza trasformare quella sincerità in personaggio.
E Gaber questa cosa la faceva continuamente.
Non semplificava quasi mai l’essere umano per far tornare il discorso. Lasciava dentro le contraddizioni, le debolezze, i desideri poco nobili… perfino quelle cose che normalmente si nascondono per sembrare più coerenti o più puri.
Oggi una parte enorme della comunicazione funziona al contrario. Tutto deve essere immediato, schierato, riconoscibile. Devi capire subito chi hai davanti. In che gruppo sta. Quale linguaggio usa. Quali idee difende.
Con Gaber invece non eri mai completamente tranquillo.
Perché anche quando sembrava portarti da una parte… poco dopo apriva uno spiraglio da cui entrava altro. Un dubbio. Una fragilità. A volte perfino una tenerezza inattesa.
Il Guerriero Silenzioso è proprio questo.
Qualcuno che non smette di cercare anche quando sarebbe più semplice scegliere una maschera definitiva e abitarla per sempre.
Qualcuno che non usa il pensiero per sentirsi superiore… ma per restare vivo dentro quello che osserva.
Qualcuno che accetta che dentro le persone possano convivere insieme lucidità e confusione, bellezza e miseria, verità e recitazione.
Per questo Gaber, ancora oggi, non dà la sensazione di appartenere davvero a un’epoca precisa.
Perché certi artisti invecchiano nei riferimenti.
Altri invece continuano a somigliare alle domande che ci facciamo quando il rumore si abbassa un momento… e restiamo soli con quello che siamo davvero.



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