Quando i sognatori sono gli unici svegli, e la realtà è la vera eresia
E se i pazzi fossimo noi? Noi che ancora ci ostiniamo a guardare, a cercare connessioni, a pretendere che le promesse abbiano un peso. In una società che ha eletto la distrazione a virtù, l’attenzione è una malattia da curare. E la diagnosi è già scritta: “Vive nel mondo dei sogni”.
Abbiamo davanti agli occhi una verità lampante. È lì, sedimentata in decenni di promesse non mantenute, in politiche che una volta al governo diventano l’esatto contrario di quanto propagandato in campagna elettorale. Eppure, ciclicamente, il meccanismo si rimette in moto. Non basta l’evidenza. La maggioranza delle persone non smette di delegare la speranza a volti e partiti che hanno già ampiamente dimostrato di non avere né la volontà né la capacità di cambiare le cose. Perché?
La risposta che mi sono dato è semplice. Non posso credere che le persone non capiscano, perché è tutto evidente. Credo piuttosto che a molti convenga questo stato di cose. Non è cecità: è convenienza. Si sta tutto sommato bene, o abbastanza bene da non voler mettere in discussione le fondamenta del proprio orticello. Si gode di privilegi, piccoli o grandi, sapendo – nel fondo della coscienza, che per ognuno di essi esiste un corrispondente sacrificio da parte di qualcun altro.
È un patto implicito. Lo chiamerei il patto della comodità. Un accordo non scritto che ci permette di galleggiare in una “zona confort” fatta di distrazioni, consumi e deleghe, a patto di non guardare mai veramente in faccia ciò che sostiene quel galleggiamento. Una società costruita sul principio brutale del “vita mia, morte tua”, dove la tua quiete è possibile solo se accetti che altrove, o più vicino di quanto pensi, qualcuno paghi il prezzo del tuo benessere.
Vivere in questa bolla non è un sogno innocente: è una scelta attiva di finzione. Ci stai bene solo se fai finta di non vedere. E per farlo devi accettare di essere dominato dalla filosofia del “girati dall’altra parte”. È un imperativo categorico silenzioso che ci governa molto più di qualsiasi legge: non guardare il mendicante sul marciapiede, non approfondire le filiere sporche dietro i prodotti che compri, non interrogarti su come la tua tranquillità lavorativa sia garantita dall’insicurezza di un esercito di precari.
È una società falsa e meschina, in cui il vero atto rivoluzionario sarebbe svegliarsi. Uscire dalla zona confort, però, è la cosa più difficile che esista. Non tanto per l’azione pratica, quanto per il terremoto emotivo e morale che comporterebbe. Uscirci significherebbe affrontare la dura e cruda realtà. E la realtà, messa a nudo, fa male. È fatta di responsabilità personali, di colpe che non possiamo più scaricare su un “sistema” astratto (di cui siamo puntelli fedeli), di un’impotenza che smette di essere una scusa e diventa un macigno.
Ed è qui che si compie il rovesciamento perfetto: proprio chi ha smesso di sognare la favola delle promesse elettorali e dei leader salvifici viene additato come colui che vive tra le nuvole. Il sogno è scambiato per realtà, la veglia per follia. È l’ultima difesa di un sistema che ha bisogno di crederci malati pur di non ammettere di essere marcio.
E allora perché la maggioranza continua a credere? Perché smettere di credere è doloroso. Significa ammettere che non solo la classe politica, ma l’intero impianto sociale è una messa in scena in cui siamo complici. Significa accettare che la nostra comodità è contaminata, che ogni nostro privilegio ha un corrispettivo sacrificio altrui. È molto più rassicurante pensare che le cose non vanno perché “i politici sono incapaci” (ma il prossimo sarà migliore) piuttosto che riconoscere che il sistema funziona proprio grazie alla nostra distrazione volontaria.
Tornare vigili, smettere di fare finta di non vedere, uscire dalla bolla del “girati dall’altra parte” è un atto di resistenza personale e doloroso. Non ti rende un eroe. Spesso ti rende solo più triste, più arrabbiato, a volte più solo. Ma è l’unico modo per smettere di essere ingranaggi inconsapevoli di una società che ci vuole meschini, falsi, comodamente addormentati.
La vera domanda non è più se la politica manterrà le promesse. La vera domanda è: abbiamo il coraggio di smettere di girarci dall’altra parte? Perché il rovesciamento più radicale non è gridare contro i potenti, ma inchiodare noi stessi a quella verità scomoda che fingiamo di non vedere. Solo allora il sogno finisce. E inizia la realtà.



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